Si fa presto a dire periferia. Camminare nella città per imparare a leggerla, scoprirla ed amarla.

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Andare oltre l’idea di periferia a Roma e riscoprirla, amarla, come testimonianza della storia della città e dei suoi abitanti.

di IreOttavo-colle-Roma-logone Ranaldi – Associazione Culturale Ottavo Colle

Nella nostra città spesso si perde il senso della lettura dei territori e si ragiona con categorie ormai poco sostenibili come centro e periferia. Con un “centro-boutique” preda delle “case vacanze” senza più residenti (ormai poco più di 100 mila nei 22 rioni storici all’interno delle Mura Aureliane), orrende “piadinerie” o “pinserie romane” (perché la pizza fa antico, mentre la pinsa fa urban food) e turisti allo sbando tra la cartolina magnifica del Colosseo e dei Fori e il degrado della mancanza di servizi igienici, di trasporto, di informazioni turistiche che sappiano andare al di là delle informazioni più elementari. Ed una “periferia” di cui sono persi da anni i confini nello sprawl (ndr: crescita rapida e disordinata) post metropolitano che caratterizza Roma.

Con l’associazione culturale “Ottavo Colle” proviamo a porre la sfida di un turismo locale che possa arrivare a comprendere, oltre alla città storica, la città delle “borgate ufficiali” che alla fin fine tanto “nuova” non è dati i suoi ottanta e passa anni di storia di edificazione e di intreccio di narrazioni.

Ottavo Colle è un’ Associazione Culturale che organizza incursioni urbane
a volte oggetto di gentrification.
A fronte di circa 100 mila abitanti residenti nelle Mura Aureliane che delimitano il centro storico della città di Roma, ce ne sono 2 milioni e 200 mila che vivono nelle “borgate ufficiali” o in aree “post-metropolitane” al di fuori del GRA. Crediamo che l’origine urbanistica di questi territori e le storie che si intrecciano in essi, spesso improntate ad una grande vitalità rispetto ad un centro storico “boutique” preda di micro supermercati e templi più o meno sacri, del food, abbia la stessa dignità di essere raccontata come quella della città storica.

Ottavo-colle-incursioni-urbane-periferie-romaPer farlo proponiamo delle incursioni urbane (Segni urbani riconoscibili nella città come Corviale, un percorso di Archeologia industriale tra Testaccio, Ostiense e Marconi, il Parco degli Acquedotti ricordando l’esperienza con i baraccati della “Scuola 725” di Don Sardelli; sulle tracce di Pasolini da Porta Maggiore a Centocelle a bordo del Tram; le 12 borgate ufficiali (San Basilio, Trullo, Tor Marancia, Primavalle, Acilia, Prenestino,Tiburtino III, Pietralata, Tufello, Val Melaina, Gordiani, Torre Gaia e molto altro.) che si articolano con una regia flessibile negli itinerari che possono avere piccole variazioni grazie all’interazione dei partecipanti, con citazioni letterarie e cinematografiche, con la visione di filmati su Ipad e mobile, con estemporanee apparizioni di musicisti o attori che improvvisano delle performances in tappe prestabilite.

Il nostro ambizioso obiettivo, che abbiamo messo anche nello statuto, è quello di allargare i diritti di cittadinanza che passano anche per l’apertura di siti unici al mondo ma assurdamente chiusi alla città (si veda la nostra petizione per aprire il Monte dei Cocci a Testaccio https://www.change.org/p/apriamo-il-monte-testaccio-a-roma ), ad un’attenzione ai cittadini con disabilità che sono circondati da barriere architettoniche ovunque anche nei luoghi della cultura, alla valorizzazione e alla messa in evidenza del filo rosso che lega le borgate ufficiali romane attraverso la costituzione di un Museo diffuso delle periferie (si veda un’altra nostra petizione https://www.change.org/p/facciamo-un-museo-diffuso-delle-borgate-di-roma )

Le persone che si avvicinano a noi sono solitamente persone che hanno davvero a cuore la città ma non trovano più alcun referente politico nei territori e credono che, come diciamo nello slogan, camminare insieme e tornare ad interrogare luoghi e spazi sia il primo passo per ri-appropriarsi della coscienza dei quartieri nei quali si vive prima che arrivi una storytelling qualsiasi a parlare di questi territori, magari dietro la falsa “riqualificazione” della pur meravigliosa opera di arte pubblica che si chiama street art.

 

Per info sulle nostre attività

info@ottavocolle.com

www.ottavocolle.com

https://www.facebook.com/ottavocolleroma/

 

 

 

Alla scoperta dell’origine delle bufale

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“Perché le bufale – o fake news – incontrano oggi, anche grazie alla moltiplicazione della loro eco sui social network, uno straordinario seguito?  

di Lucia Urciuoli

Perchè un numero crescente di persone – nessuno di noi è del tutto immune da questo virus – cerca continuamente ed esclusivamente prove che confermino le loro convinzioni e trascura quelle contrarie ad esse anche a costo di esporsi al rischio di contribuire alla diffusione di errori, calunnie, manipolazione delle opinioni, pregiudizi antiscientifici, conformismo?

Che ruolo giocano i social network nel moltiplicare gli effetti di una notizia falsa anche piccola ma che, dopo essere entrata nel vortice del reposting puo’ trasformarsi molto rapidamente e pericolosamente in una balla spaziale?

E qual è, infine, il vaccino a cui ricorrere per fermare l’epidemia?

Forse, oltre che farsi venire il sangue agli occhi davanti ai produttori seriali di bufale, vale la pena perdere qualche minuto a leggere la molta letteratura anche scientifica che affronta una delle cause principali del fenomeno, il cosiddetto “autoinganno cognitivo”, la naturale tendenza alla ricerca o all’interpretazione, cioé, di prove in modo che siano favorevoli a credenze, aspettative, pregiudizi o ipotesi del soggetto interpretante.

Cominciamo questa nostra ricerca alla scoperta della “madre di tutte le bufale ” ripubblicando un interessante articolo apparso recentemente sulla rivista New Yorker .

 

Immagine in evidenza “The vaunted human capacity for reason may have more to do with winning arguments than with thinking straight.Illustration by Gérard DuBois”

Cosa muove l’economia nella Capitale? Qualcosa abbiamo capito

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Da questa domanda siamo partiti lo scorso 21 febbraio nel corso dell’appuntamento mensile di Spazio X Roma che, come quelli che lo hanno preceduto nei mesi scorsi (sullo sport, sull’innovazione sociale, sui beni comuni e il nuovo civismo), hanno lo scopo di parlare di quel molto di buono che ogni giorno accade a Roma facendolo raccontare direttamente dalla voce di chi ne è protagonista.

Questa volta abbiamo ospitato imprese che sono nate negli ultimi anni e che, attraverso la loro storia, ci hanno permesso di parlare dello stato di salute e delle potenzialità dell’economia a Roma. Con tante sorprese, molte luci e alcune ombre.

Durante la serata in tanti, infatti, hanno potuto scoprire che ha sede a Roma (e non a Cupertino!) Soundreef, la piattaforma che offre servizi di gestione collettiva dei diritti d’autore. alternativi a quelli dalla SIAE, scalfendone di fatto il pluridecennale monopolio.

Il suo fondatore, Davide D’Atri, ci ha raccontato di come un’azienda del genere possa (anzi, voglia) oggi crescere con il supporto di venture capitalist sempre romani e decidere di espandersi nella Capitale e non a Londra. Ci ha raccontato del clima favorevole con il  quale sono stati accolti dagli artisti, dagli operatori e dagli utenti e del conseguente impressionante successo avuto in poco tempo. Ma, allo stesso modo, non ha voluto nascondere che da un Paese come l’Italia,- rimasto l’ultimo nell’Unione a non aver attuato la Direttiva che obbliga all’apertura definitiva di questo settore e mercato –  si possa altrettanto facilmente desiderare di andare via ,portando altrove quella (poca ma buona) occupazione, quei (tanti) capitali che questo tipo di servizi attrae e moltiplica e quella (tanta) crescita che portano aziende come queste che operano nel campo della cosiddetta “disintermediazione”.

Daniele Di Fausto, AD di eFM, azienda romana leader (250 dipendenti a Roma, etá media intorno ai 35 anni) nell’offerta di soluzioni integrate per la gestione immobiliare ha invece raccontato la storia di chi in un settore economico che a Roma per molti versi è ancora “incrostato” da dinamiche opache ha invece operato una vera e propria “rottamazione” investendo ed alleandosi con clienti che, insieme a loro, avessero voglia di aprire porte e finestre in un settore tradizionalmente appesantito da logiche clientelari e certo non competitive. 

Dimostrando che l’innovazione, di prodotto, di processo ma anche di mentalitá  può arrivare in qualsiasi settore ed anche tra i “palazzinari” romani. E ci ha parlato di una nuova loro idea, My Spot, trasformare un circuito di luoghi privati e pubblici esercizi poco utilizzati ma in grado di fornire uno standard omogeneo di servizi, in unico grande spazio di lavoro, un unico e grande “ufficio” diffuso in tutta la cittá, che è allo stesso tempo business, innovazione sociale e trasformazione dell’uso della cittá .

E chi glieli da i soldi a questi imprenditori di belle speranze vi starete chiedendo?

Le banche italiane? No, purtroppo non sempre. La City? No, questa volta per fortuna non è nemmeno necessario arrivare fino a laggiù.

LVenture, infatti, ha sede dalle parti della Stazione Termini, non ci devi arrivare con l’aereo ma anche solo con la Metro e si occupa di investimenti in startup digitali. Nata anche’essa a partire dalla bella esperienza del Luiss Enlabs, incubatore di start up, prototipi cioé di aziende innovative che provano a diventare grandi, ha iniziato ad operare nel settore del venture capital (raccogliere soldi dagli investitori istituzionali per puntare sulla crescita di alcune startup ad alto potenziale) 4-5 anni fa e oggi ha circa 45 aziende, molte delle quali romane, come ci racconta Domenico Nesci. Aziende che sono tutte in settori diversi (non solo Sound Reef ma anche ad esempio Filo, la app che consente l’utilizzo degli smartphone “per non perdersi gli oggetti” o Qurami, la app “saltacode” negli sportelli pubblici e privati) ma sono accomunate dal fatto di aver sviluppato un prodotto o un servizio in grado di rispondere ad un bisogno tradizionale o di nuovo conio ma sempre in maniera innovativa utilizzando la tecnologia.

Questa è una ulteriore chiave di lettura che ci ha offerto questa prima sessione incentrata su economia e innovazione: puntare su questo tipo di nuove aziende significa, infatti, non solo creare occupazione (non tantissima, in veritá, ma occupazione di qualità), attrarre capitali anche stranieri in una cittá nella quale le aziende straniere hanno smesso di credere da tempo e ricollocare Roma all’interno della mappa delle cittá del mondo che investono sulla loro “classe creativa”, ma ha anche una ulteriore ricaduta importantissima per il futuro di Roma perché significa ribadire che è fondamentale continuare a investire  sulla centralitá del nostro sistema dell’istruzione e della Ricerca, sulle nostre scuole, sulle nostre Universitá pubbliche e private e su tutto il tessuto della ricerca di base ed applicata. Ai “cervelli in fuga”, infatti, non serve tanta retorica, basta offrire occasioni concrete per decidere di rimanere.
Nella seconda parte dell’incontro abbiamo parlato degli asset più tradizionali dell’economia di Roma, il turismo, l’accoglienza, quelli che ruotano attorno alla “Grande Bellezza”. Roma, infatti, resta una delle mete del turismo mondiale e, che ci piaccia o no, in ragione dei tassi di crescita costanti del numero di viaggiatori che ogni anno si muovono nel mondo, vedrá aumentare costantemente il numero di arrivi.

Tommaso Tanzilli, di Federalberghi Roma e Lazio ci ha aiutato a dare uno sguardo su uno dei comparti strategici della Capitale, l’ospitalità negli alberghi oggi messa a dura prova dalla concorrenza rappresentata dall’offerta di ospitalità nelle case private attraverso l’uso di piattaforme mondiali dedicate sempre più sofisticate e sempre più friendly nell’uso da parte degli utenti. Alessandro Tommasi di Airbnb, il diretto e più forte competitor degli alberghi tradizionali ci ha portato il punto di vista opposto di una multinazionale in crescita che ha consentito a tutti ma proprio a tutti, soprattutto ai tanti proprietari di prime o secondo case romane spesso sfitte o sottoutilizzate (e quindi al di fuori del circuito economico in grado di creare ricchezza) di entrare nel business dell’accoglienza. Di come questo modello abbia impattato su Roma e sulla vita quotidiana di tanti nuovi host, con la testimonianza di chi da qualche anno accoglie presso il suo appartamento turisti che desiderosi di vivere un’esperienza di soggiorno più informale si rivolgono alla piattaforma statunitense per cercare un’accomodation, portandoci a riflettere sul come ognuno di questi host, ciascuno nel proprio piccolo, sia oramai divenuto promotore e ambasciatore delle migliori realtà commerciali e culturali della nostra città, partendo dal caffè dove fare colazione sotto casa per arrivare al piccolo museo di quartiere normalmente poco frequentato. Per non dire di un nuovo tipo di lavoro e figura che si è venuta a creare, il gestore di case vacanze che, in luogo del proprietario e sommando un portafoglio di offerta e gestione di più case, cura per conto dei proprietari e in cambio di una fee tutti i servizi di accoglienza.

Infine Martino Bellincampi ci ha parlato di Pastella, il locale in cui ha coniugato la cucina gourmet con lo street food ed una particolare cura nell’avvincente comunicazione di entrambi partito da Montesacro nel 2014 e da poco arrivato al Mercato Centrale di Termini ma con la voglia e la determinazione di aprire nuovi punti vendita in Europa nel prossimo biennio.

A Martino e a tutti gli altri ospiti della serata va il nostro più grande in bocca al lupo perché possano continuare a fare crescere le loro imprese, i loro sogni ed i loro progetti, contribuendo a rivitalizzare il tessuto economico della nostra città e a renderla un luogo in cui sempre più persone possano desiderare di venire (o di rimanere) anche per fare impresa.

 

La MappaRoma della settimana: occupati, disoccupati e non forze lavoro nei quartieri

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Utilizziamo i dati di Mapparoma per mostrare le differenze territoriali dell’economia romana, tema dell’incontro del 21 febbraio di Spazio x Roma, come abbiamo già fatto per alcuni servizi pubblici e privati.

di Federico Tomassi

Sono due le variabili macroeconomiche centrali per la comprensione delle dinamiche economiche in ambiente urbano: tasso di occupazione e tasso di disoccupazione. Variabili importanti perché essere occupati non significa solo avere la possibilità di produrre reddito ma anche e soprattutto far parte di una comunità, realizzare se stessi, sentirsi inclusi: per questi motivi le geografie della disoccupazione sono sintomatiche di disagio territoriale. Sebbene i dati disponibili non siano recenti, in quanto tratti dal censimento Istat 2011, rappresentano l’unica possibilità di indagare questi fenomeni a livello di quartiere.

Esiste una forte frattura tra centro e periferie, sebbene frastagliata e con alcuni casi particolari. I tassi di disoccupazione (mappa a destra) a Tor Cervara (17%), Tufello, Santa Palomba e Tor Fiscale (14%), San Basilio, Torre Angela e Ottavia (13%) sono tre volte quelli dei quartieri più ricchi come Parioli (4,9%), Pineto (5%), Tor di Quinto (5,3%), Navigatori e Salario (5,5%), Prati ed EUR (6%), ma anche di una zona composita come Magliana (5,6%). La mappa evidenzia in particolar modo l’insistenza del fenomeno nel quadrante est della città (Municipi IV, V e VI), un’area territoriale ben conosciuta per le sue problematiche socioeconomiche. Il GRA una volta ancora segna la città come una vera e propria barriera fisica e sociale. Il dato di Acilia e Ostia Nord sembra poi spiegare ancora meglio di tante altre analisi i problemi del litorale romano.

La mappa del tasso di occupazione (a sinistra) arricchisce il quadro. I numeri sono ancora più pesanti: tra Santa Palomba (53,8%) e Magliana (76,6%) la differenza è di oltre 20 punti percentuali. Ma in questo caso emergono, tra i quartieri con maggiore partecipazione alla forza lavoro, prima ancora delle zone tradizionalmente benestanti di Roma nord, i quartieri di nuovo insediamento a cavallo del GRA dove sono andate ad abitare famiglie giovani in cui entrambi i componenti lavorano, in maniera più o meno stabile o precaria: oltre alla già menzionata Magliana, Malafede (73,9%), Acqua Vergine (73,1%) e Lucrezia Romana (71,6%).

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Se invece ci focalizziamo sulle cosiddette “non forze di lavoro“, ossia pensionati, casalinghe e studenti, la loro quota (mappa in alto a sinistra) si presenta concentrata nei quartieri densi del centro e della periferia storica, oltre ad Ostia, con alcune eccezioni in zone poco popolate a nord del GRA, e risente molto del peso dei pensionati (mappa in alto a destra), che è la categoria numericamente più influente.

In particolare, i pensionati ricalcano ovviamente la distribuzione dei residenti con più di 65 anni, concentrandosi prevalentemente nella periferia storica, mentre le casalinghe (mappa in basso a sinistra) hanno indici di concentrazione elevati nella periferia più lontana, in maniera del tutto analoga alla presenza significativa dei nuclei familiari sopra i quattro componenti, ma simile anche alla distribuzione del tasso di disoccupazione, poiché in una certa misura la scelta di rimanere a casa può nascondere una quota di lavoratrici “scoraggiate” che hanno rinunciato a cercare lavoro.

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Continua a leggere su MappaRoma per l’occupazione e qui per i pensionati

Cosa c’è dietro al conflitto tra tassisti e Uber?

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Scontro-tra-uber-e-i-taxi-RomaQuesta settimana la Capitale sta vivendo giornate caotiche per la massiccia protesta dei tassisti. La vicenda è annosa e va avanti da diversi anni e si acuisce ora che il Governo, accusano gli autisti, sta per varare delle norme verso la deregolamentazione (e quindi a favore di servizi alternativi come Uber, sempre a detta degli autisti).

Il pezzo di Corrado Truffi per iMille.org è del 2014, ma vogliamo riproporlo su Spazio x Roma perchè è ancora molto attuale e tratta in maniera obiettiva i principali nodi ancora irrisolti. Al di là degli schieramenti in campo, occorre approfondire il quadro per poter giungere a un sistema di regole condiviso per governare il fenomeno puntando agli obiettivi di miglioramento della qualità dell’offerta e del servizio.

Il conflitto fra UberPop e i tassisti milanesi [e oggi di tutta Italia] ha molto a che fare con l’idea di beni comuni. E mette in evidenza gli strani paradossi che le potenzialità delle nuove tecnologie abilitanti creano fra stato, mercato, tassazione, regolazione, volontariato, socialità e terzo settore. Forse ci stiamo avviando verso un modello di economia diversa senza accorgercene. C’è materia per economisti e studiosi di scienza delle finanze, in questa storia.

Qui per leggere l’intero pezzo “La vicenda Uber, tra business, solidarietà e condivisione”.

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COSA MUOVE L’ECONOMIA NELLA CAPITALE?

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Mentre attorno sembra non succeda nulla per far ripartire Roma, la città invece si muove eccome. Cambiano gli scenari e cresce soprattutto chi si evolve e chi trova nuove opportunità.

Questa volta a Spazio per Roma abbiamo invitato alcuni esempi significativi per conoscere e mettere insieme esperienze di imprese che nascono nella nostra città e che possono raccontarci lo stato di salute e le potenzialità dell’economia a Roma.

Inizieremo con LVenture che si occupa di investimenti in startup digitali, ha iniziato ad operare 4-5 anni fa e ha circa 40 partecipate; eFM leader nell’offerta di soluzioni integrate per la gestione immobiliare e Soundreef Ltd, che offre servizi alternativi a quelli delle tradizionali società di gestione collettiva dei diritti d’autore.

Non solo settori nuovi dell’economia, ci saranno anche realtà che apportano innovazione e un nuovo modo di fare business in settori consolidati. Federalberghi Roma e Lazio ci darà uno sguardo su uno dei comparti strategici della Capitale;  Pastella, ci racconterà come la loro idea a metà tra la cucina gourmet e lo street food sia partita da Montesacro e poi arrivata al Mercato Centrale di Termini; Airbnb – una multinazionale che lavora anche a Roma – ci parlerà ancora di una nuova forma di ospitalità e dell’impatto su Roma.

Domani, 21 febbraio alle 19 in Via dei Cerchi 75 [anche in questo appuntamento si potrà gustare l’aperitivo di Spazio Palatino, 15 euro che permettono anche di sostenere le nostre iniziative]

Vi aspettiamo

Spazio per Roma

Stadio della Roma, cosa si sarebbe dovuto fare e cosa si può fare?

Immagine dello stadio della Roma a Tor di Valle

E’ finita così, con un colpo di carta bollata, una storia emblematica per la città di Roma, quello del progetto dello Stadio della Roma di Tor di Valle. Più dei ragionamenti urbanistici, delle riflessioni strategiche, delle valutazioni economiche ha potuto la Soprintendenza; nella città della rendita privata ha vinto il veto. Eppure, qualcosa si potrebbe fare per l’interesse collettivo della città.

di Massimo Cardone

Immagine dello stadio della Roma a Tor di ValleAl di là del merito del vincolo sulle tribune del vecchio ippodromo dell’architetto spagnolo Julio Lafuente, questa lunga storia racconta dell’incapacità di una città decadente di farsi artefice del proprio destino, pachiderma spiaggiato in un mondo che viaggia veloce e che quando passa per la Capitale riesce a portare solo scompiglio.

Questa storia ci lascia in eredità uno spunto di riflessione molto importante, che non riguarda le cubature, la densificazione, la tutela del paesaggio, il consumo di suolo, le opere a scomputo, l’architettura più o meno accattivante, ma il significato stesso di interesse pubblico nella città contemporanea; ovvero il quesito se il nostro sistema istituzionale sia ancora in grado di pensare e costruire una città che sappia tutelare gli interessi dei suoi cittadini all’interno di processi di trasformazione a motore fondamentalmente privato. Il fallimento di questa vicenda risiede infatti tutta nell’incapacità politica e amministrativa di guidare un processo di cambiamento della città piuttosto che subirlo e rincorrerlo; e alla fine, la politica dei paletti, spesso posti in maniera attenta nel tentativo di arginare un interesse privato che decide e orienta l’urbanistica romana e di garantire l’interesse comune, si è scontrata con il vincolo, il paletto per antonomasia, quello che dice “non si costruisce più niente”, come un arbitro intervenuto a mettere fine ad una bagarre in campo, tutti intenti a sferrare i propri colpi, spesso al limite della correttezza.

L’area di Tor di Valle forse non era il sito migliore per questo nuovo sviluppo urbano; o meglio, forse lo sarebbe stato in un altro tempo, in un altro contesto, in un’altra città, ma non a Roma, dove grandi opere di pubblico interesse dovrebbero essere utilizzate per garantire rigenerazione di contesti realmente degradati e bisognosi di interventi strutturali che abbiano ricaduta diretta su ambiti cittadini consolidati e non su aree ancora da infrastrutturare. Non è un caso che a Milano, che oggi rappresenta un riferimento non solo per l’Italia nel campo dello sviluppo urbano, si sia investito nel centro città con un progetto (anche quello a capitale privato) su Porta Garibaldi con il risultato di aver dato un nuovo assetto ad un quadrante di città irrisolto e una nuova immagine alla città meneghina. Non è questo il senso di fare il bene di una città, lavorare nelle sue ferite con progetti di rigenerazione capaci di portare servizi e riqualificazione, nel campo pieno degli interessi privati, dello sviluppo sostenibile e con capitali privati?

Ma la citazione forse più calzante e più interessante è sicuramente quella dello stadio di Monaco di Baviera, l’Allianz Arena, il nuovo avveniristico e modernissimo tempio del calcio bavarese realizzato nel 2005 in vista dei Campionati mondiali del 2006 (si, quelli che ha vinto l’Italia). Il nome della struttura non lascia dubbi sul tipo di capitale utilizzato, eppure il processo adoperato per arrivare alla scelta dell’area e alla soluzione urbanistica e architettonica ci dovrebbe far pensare: per individuare il sito dove realizzare il nuovo stadio di Monaco, che avrebbe sostituito il vecchio complesso olimpico (quante similitudini), fu svolto un referendum cittadino e per la scelta della migliore soluzione architettonica e urbanistica è stato indetto un concorso di progettazione internazionale che ha selezionato l’interessantissimo progetto degli architetti svizzeri Herzog & De Meuron.

E a Roma? Che cosa si sarebbe dovuto fare o cosa si potrebbe ancora fare? Se esiste un privato che ha ancora interesse ad investire nella nostra città, si bandisse una manifestazione di interesse per individuare l’area; ne esistono molte, in zone semi centrali della città, dove l’inserimento di un impianto complesso come quello dello stadio potrebbe essere motore di rigenerazione e riqualificazione urbana: penso all’area Italgas a Ostiense o alle aree dell’ex SDO a Tiburtina; e poi, individuate 3 o 4 aree, si chiedesse ai proprietari di presentare dei progetti da valutare in base ai benefici reali che potrebbero portare su quelle parti di città.

E’ possibile fare gli interessi della città, in un sistema di libera concorrenza, di valorizzazione delle risorse esistenti, nella piena trasparenza. Servono regole che tutelino l’interesse collettivo delle nostre città, servono regole per la partecipazione perché le trasformazioni di una città siano condivise dai propri cittadini, serve una legge per l’Architettura e per la Città. Non è troppo tardi.

 

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Le periferie italiane come motore di una nuova rinascita

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In italia, le nostre periferie, al netto delle difficoltà, stanno diventando nuovi spazi di sperimentazione e, perchè no, rinascita. E proprio queste caratteristiche possono divenire il migliore argine per la nascita e crescita di fenomeni terroristici. Su Vita.it una interessante riflessione sulla diversità e sul diverso ruolo delle periferie in Europa.

Qui il diaologo di Stefano Arduini con Mario Abis consulente del Piano città presso la Presidenza del Consiglio.

 

 

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Vivere meglio a Roma? Proviamoci con i servizi online

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Vivere a Roma è un po’ complicato e a volte faticoso, come in tutte le metropoli, ma con qualche difficoltà in più che ben conosciamo e sperimentiamo. Quindi è importante conoscere e sfruttare tutto quello che c’è già e ci può semplificare la vita. Tutti abbiamo uno smartphone e, che ne siamo consapevoli o meno, viviamo in un mondo che si sta dematerializzando per tutti i prodotti e i servizi che lo consentono. Ma, a giudicare dallo scarso utilizzo, ancora pochi sfruttano la dematerializzazione per semplificarsi la vita.

Vivere_a_Roma_con_i_servizi_onlineCominciamo dai biglietti dei bus, dei tram e delle metropolitane. Chi è abbonato ha risolto il problema all’origine, ma per tutti gli altri c’è il problema della ricerca dei biglietti, o delle monete per comprarli ai distributori automatici nelle stazioni metro, che però potrebbero essere fuori servizio o accessibili solo dopo una lunga fila (con annessi molestatori che pretendono di aiutare o chiedono una moneta anche loro). Ci sarebbero le rivendite, tabaccherie e giornalai, che però pare non amino questo servizio nonostante la loro buona percentuale, e i biglietti rimangono introvabili.

La soluzione la conosciamo: ben pochi di noi usano ancora biglietti cartacei per treni e meno che mai per viaggi aerei. La novità è che, da ormai molti mesi, l’e-ticket è disponibile anche per i biglietti dell’Atac, grazie ad una convenzione con una società, MyCicero, che offre questo servizio in molte città, ed è già nota a Roma perché è una di quelle che consente di pagare la sosta a pagamento sulle “strisce blu” con lo smartphone,
Il funzionamento è analogo, ci si iscrive, si scarica la app su iPhone o Android, si carica un tot di soldi con la carta di credito (la ricarica sarà poi una operazione molto semplice con un codice di sicurezza), si seleziona Atac tra le biglietterie e si comprano i biglietti dallo smartphone. Quando si sale sul bus o sul tram si avvia l’utilizzo del biglietto e un QR code consentirà all’eventuale controllore di verificare che siamo a posto. In metro si accede dal varco per abbonati e portatori di handicap che ha anche un lettore ottico e si mostra al lettore dallo smartphone il QR Code. Uso da tempo questo sistema e funziona bene, nei rari casi in cui la porta automatica non si è aperta ho chiesto al personale, presente sempre in ogni stazione, e hanno provveduto loro a farmi passare. Tutto il resto è uguale ai biglietti cartacei: prezzo, tempo di validità, una sola corsa metro ecc.

L’unica cosa a cui fare attenzione è, come sempre, che lo smartphone sia carico. La connessione rete è meno critica, in città e nelle stazioni metro c’è praticamente sempre.

Il secondo esempio l’ho già fatto, è la sosta sulle strisce blu. E’ molto più noto e diffuso anche perché consente un risparmio, grazie al tempo di sosta che sarà sempre quello esatto, non quello previsto. Inoltre i gestori sono più d’uno e comprendono anche il diffuso (ma mai abbastanza, viste le code ai caselli) Telepass.

Il terzo esempio è ancora più ampio: i servizi online sul sito del Comune di Roma. Esistono da anni, la novità è che da pochi mesi sono accessibili anche con SPID (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, ci torno dopo) mentre in precedenza abilitarsi era un processo più lungo, che passava anche per la spedizione di una lettera a casa, qualcosa di simile al “PIN INPS”. Con SPID ci si identifica, si accede all’area dei servizi online e si possono fare senza muoversi da casa o anche da fuori casa (meglio un tablet però, il sito non è “mobile friendly”) certificati anagrafici, iscrizioni e prenotazioni a servizi forniti dal Comune tra cui il servizio contravvenzioni.

Mi limito come esempio a quest’ultimo, di cui sono mio malgrado un affezionato utilizzatore: molto comodo, si può avere tutto il quadro (anche storico) delle contravvenzioni, lo stato dei pagamenti, degli eventuali ricorsi, e ovviamente si può anche pagare senza muoversi da casa per andare alle Poste o in una tabaccheria abilitata, non rischiando di perdere lo sconto dei primi 5 giorni.

Il risultato è che praticamente tutte le incombenze che un cittadino deve sbrigare al Comune, incluso il cambio di residenza o il permesso auto per le strisce blu, si possono fare senza andare fisicamente in un ufficio del Comune. Non mi sembra poco, come semplificazione della vita materiale.

Basta avere SPID che è gratuito, fornito da cinque gestori privati accreditati ed utilizzabile per un numero crescente di servizi PA (tra cui INPS, INAIL, Ag. Entrate, La Sapienza e altri 3000 e più). Per chi ha già una firma digitale, o la CNS abilitata, è possibile ottenerlo senza muoversi da casa. Per gli altri è necessario il riconoscimento “de visu” come per la carta d’identità, ma si può fare anche da casa con webcam con 3 dei gestori, oppure con Poste Italiane che ha uffici postali ovunque. Sono anche già in molti ad avere SPID, 1.2 milioni, tra cui quasi tutti i docenti che vivono a Roma (serve per la “carta del docente”) oltre ai diciottenni del 2016, che però spero abbiano meno incombenze da sbrigare.

Più tempo per noi e vita più semplice, l’unica cosa che rimane da fare è farlo sapere a qualcuno, oltre ai soliti appassionati tecnologici che lo scoprono da soli. Per non continuare a vedere ancora lunghe file alle biglietterie o agli sportelli di persone che hanno inutilmente in tasca o più spesso in mano il loro smartphone.

 

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Che succede alla Casa delle Letterature di Roma?

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La Casa delle Letterature è davvero a “rischio decapitazione” (come già accaduto ad altre istituzioni culturali capitoline) come da giorni si legge da molte parti o no?

Sì?

Sì, è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e superficiale verifica: a rischio trasferimento è la sua storica Direttrice, Maria Ida Gaeta che in questi ultimi venti anni l’ha creata, diretta, portata al successo e, soprattutto, mantenuta vitale con i servizi offerti a chi da studente, studioso o semplice appassionato di letteratura cerca un luogo in cui consultare, approfondire e incontrare gli autori. Non si sa bene perché, se accadrà davvero e come e quando, nessuno conferma o smentisce. Quindi, a occhio e croce, è probabile sia vero.

Luca Bergamo, Vicesindaco con delega alla Cultura della Giunta Raggi si limita ad annunciare il “reintegro ufficiale” della Casa delle Letterature nel sistema delle Biblioteche Romane. Bello, bellissimo: perché, dove stava prima, con le farmacie comunali? E che significa esattamente? Articola meglio la sua posizione l’Assessore spiegando che la Casa “diventa oggi un polo di ricerca, sperimentazione e verifica per progetti di promozione della lettura”. Ma perché ci chiediamo ancora, in tutti questi anni cosa ha fatto se non esattamente questo? Luca Bergamo non è un pentastellino qualunque caduto sulla Terra ieri sera, conosce benissimo la realtà culturale romana per capire che la domanda non è retorica. Ci piacerebbe sentire sue parole, chiare e definitive però, sul tema.

No?

No, non è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e altrettanto superficiale verifica: le iniziative di presentazione di libri e autori sono normalmente in corso nella sede di Piazza dell’Orologio (l’ultima presentazione, quella di Gabriel Faye qualche giorno fa), il sito non è più on line da qualche giorno (ma questo è normale in ogni amministrazione comunale che si rispetti), la Casa è aperta tutti i giorni, come sempre non si sa ancora nulla della prossima edizione della rassegna di autori a Massenzio. Ma anche questo è normale: siamo stati abituati, soprattutto negli ultimi anni, a dover attendere quasi fino all’ultimo istante per sapere se la manifestazione sarebbe stata riproposta ovvero se sarebbero arrivati in tempo sponsor, fondi e autorizzazioni.

E quindi?

E, quindi, niente. Come spesso accade a Roma (non solo negli ultimi mesi, va detto, ma più o meno da sempre) non ci si capisce nulla e, quindi, in assenza di notizie certe, la discussione monta e si valuta il rischio.

Il rischio

Festival_delle_letterature_Roma_Basilica_MassenzioA Roma negli ultimi anni – da Alemanno in avanti e con responsabilità da ripartire in maniera differente tra le precedenti Giunte e quella attuale – i luoghi, gli spazi e le occasioni  sia pubblici sia privati per la cultura stanno diminuendo proprio mentre, paradossalmente e in linea con quanto accade in tutta Italia, continua a crescere la domanda di cultura. 

Il rischio di una “normalizzazione” anche della Casa delle Letterature – che, tradotto, significa spoil system, no budget, no sollecitazione all’afflusso di sponsor e trasformazione in una biblioteca comunale “normale” (Gesù, anche per le Biblioteche conta il principio “una vale una?) – è che potremmo presto scordarci o archiviare nella memoria dei ricordi delle belle cose che non tornano più quelle serate di maggio e giugno, in fila per una mezzoretta lungo la rampa di Massenzio o talvolta lungo la scalinata del Campidoglio per riuscire (qualche volta anche no in occasione dell’arrivo di qualche superstar della letteratura mondiale che registrava sold out memorabili) a sedersi GRATUITAMENTE (laddove il maiuscolo è una citazione stilistica, peraltro cara a chi amministra temporaneamente questa città, per ricordare una caratteristica peculiare non secondaria e l’aspetto popolare e democratico di questo tipo di iniziativa).

Nomi: Rushdie, Paul Auster, Camilleri, Yehoshua e tanti autori amati e letti da chiunque. E, accanto alle grandi star, anche altre centinaia di autori di tutti gli angoli del mondo che probabilmente non avremmo conosciuto e letto senza il Festival delle Letterature. In una politica di vicinanza con tutte le case editrici, non solo le più note ma anche quelle che, spesso a fatica stampano titoli e autori meno noti con l’ambizione di ampliare l’offerta e per le quali, un traino di visibilità come una serata a Massenzio può davvero fare la differenza tra sopravvivere, vivere o morire.

Serate nel corso delle quali da oltre quindici anni decine di migliaia di romani (non tutti i romani, quindi, ma sicuramente moltissimi romani) hanno testimoniato e messo in scena la voglia collettiva di questa città di incontrarsi e auto-rappresentarsi anche come una comunità di lettori appassionati, esigenti, curiosi (e non solo di pendolari, utenti di pubblici servizi, consumatori, lavoratori, tifosi). Non è cosa da poco: in Italia si legge sempre meno e ce ne rendiamo conto tutte le volte che ci accorgiamo e ci lamentiamo di come si stia trasformando, in peggio ovviamente, la scrittura che, poi, altro non è che la forma attraverso la quale si esprime la vitalità di una comunità: una comunità che legge poco si esprime con una lingua sempre più povera.

Ecco, se anche solo questo fosse il rischio, perdere Massenzio e la Casa delle Letterature così come li abbiamo conosciuti in questi anni, di certo non vale la pena di correrlo. Le politiche culturali pubbliche all’interno di una città hanno un valore se non sono una vetrina di autocelebrazione di una élite che dialoga solo con se stessa ma il modo per offrire ai cittadini e ai tanti visitatori che arrivano tutti i giorni da ogni parte del mondo  stimoli, occasioni di confronto, esperienze collettive di crescita. A tutti e con le medesime opportunità.

Domeniche dell’Ecomuseo: Viaggio nel patrimonio sacro e religioso di Tor Pignattara

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Tor Pignattara spesso balza alle cronache come un quartiere assediato dall’integralismo religioso. L’Ecomuseo casilino il prossimo 26 febbraio con una visita guidata ci accompagnerà in un luogo molto diverso da quello descritto dalle cronache giornalistiche: un quartiere multiconfessionale composto da Chiese cattoliche, luoghi di culto pentacostali, moschee, templi induisti e buddisti che si susseguono senza soluzione di continuità in un mosaico che è specchio di un tessuto culturale caleidoscopico.

“Si può raccontare un territorio in tanti modi, ma io credo che quando si riesce a dar conto dei modi in cui viene declinato il sacro, si toccano le corde profonde della rappresentazione che le diverse comunità danno di sé e del loro “essere” nel tempo e nello spazio. Con questo piccolo viaggio, centrato sul sacro e le religioni “altre”, cerchiamo, prima di tutto, di capirci un po’ meglio. Di indagare quel delicato equilibrio sempre sul punto di stabilizzarsi o di esplodere, di farsi norma o scontro”, racconta Claudio Gnessi Presidente del museo Casilino. Se siete curiosi di scoprire questo percorso in una Torpignattara inedita  qui trovate tutti i dettagli.

Roma, il mestiere da riconquistare: essere Capitale, moderna ed europea.

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Estella Marino pubblica sul sito de “iMille” un’interessante riflessione su Roma Capitale e sulla necessità di riscoprire il mestiere di essere capitale, moderna, europea.

“Allora proviamo a dare un orizzonte verso cui allineare le soluzioni di questi quattro nodi: qual è la vocazione di una città come Roma, sulla quale determinare anche un possibile sviluppo economico?
Inutile cercare lontano, la vocazione di ciascuno in fondo è quello che si ha nel dna, che indubbiamente per Roma è quello di essere Capitale. E’ un dato di fatto, da oltre qualche migliaio di anni, pause incluse, nel bene e nel male. La sfida oggi è quella di diventare una capitale moderna che, nella competizione globale delle città, si traduce in una sfida culturale ed economica.
Gli asset positivi di Roma li conosciamo, sono il patrimonio storico-archeologico, un immaginario storico evocativo che si respira dentro e nei tanti siti fuori le mura, la posizione baricentrica nel Mediterraneo, un clima invidiabile (cambiamenti climatici permettendo), l’essere il fulcro di due Stati (quello Italiano e quello Vaticano) e sede di innumerevoli organizzazioni europee ed internazionali, di numerosissime università di livello internazione e di centri di ricerca; conservare un paesaggio che si dipana fino a quello agricolo (è anche uno dei più grandi comuni agricoli europei), al mare e alle montagne, e avere di fatto una cultura tendenzialmente accogliente.”

Il pezzo per intero qui.