Che succede alla Casa delle Letterature di Roma?

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La Casa delle Letterature è davvero a “rischio decapitazione” (come già accaduto ad altre istituzioni culturali capitoline) come da giorni si legge da molte parti o no?

Sì?

Sì, è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e superficiale verifica: a rischio trasferimento è la sua storica Direttrice, Maria Ida Gaeta che in questi ultimi venti anni l’ha creata, diretta, portata al successo e, soprattutto, mantenuta vitale con i servizi offerti a chi da studente, studioso o semplice appassionato di letteratura cerca un luogo in cui consultare, approfondire e incontrare gli autori. Non si sa bene perché, se accadrà davvero e come e quando, nessuno conferma o smentisce. Quindi, a occhio e croce, è probabile sia vero.

Luca Bergamo, Vicesindaco con delega alla Cultura della Giunta Raggi si limita ad annunciare il “reintegro ufficiale” della Casa delle Letterature nel sistema delle Biblioteche Romane. Bello, bellissimo: perché, dove stava prima, con le farmacie comunali? E che significa esattamente? Articola meglio la sua posizione l’Assessore spiegando che la Casa “diventa oggi un polo di ricerca, sperimentazione e verifica per progetti di promozione della lettura”. Ma perché ci chiediamo ancora, in tutti questi anni cosa ha fatto se non esattamente questo? Luca Bergamo non è un pentastellino qualunque caduto sulla Terra ieri sera, conosce benissimo la realtà culturale romana per capire che la domanda non è retorica. Ci piacerebbe sentire sue parole, chiare e definitive però, sul tema.

No?

No, non è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e altrettanto superficiale verifica: le iniziative di presentazione di libri e autori sono normalmente in corso nella sede di Piazza dell’Orologio (l’ultima presentazione, quella di Gabriel Faye qualche giorno fa), il sito non è più on line da qualche giorno (ma questo è normale in ogni amministrazione comunale che si rispetti), la Casa è aperta tutti i giorni, come sempre non si sa ancora nulla della prossima edizione della rassegna di autori a Massenzio. Ma anche questo è normale: siamo stati abituati, soprattutto negli ultimi anni, a dover attendere quasi fino all’ultimo istante per sapere se la manifestazione sarebbe stata riproposta ovvero se sarebbero arrivati in tempo sponsor, fondi e autorizzazioni.

E quindi?

E, quindi, niente. Come spesso accade a Roma (non solo negli ultimi mesi, va detto, ma più o meno da sempre) non ci si capisce nulla e, quindi, in assenza di notizie certe, la discussione monta e si valuta il rischio.

Il rischio

Festival_delle_letterature_Roma_Basilica_MassenzioA Roma negli ultimi anni – da Alemanno in avanti e con responsabilità da ripartire in maniera differente tra le precedenti Giunte e quella attuale – i luoghi, gli spazi e le occasioni  sia pubblici sia privati per la cultura stanno diminuendo proprio mentre, paradossalmente e in linea con quanto accade in tutta Italia, continua a crescere la domanda di cultura. 

Il rischio di una “normalizzazione” anche della Casa delle Letterature – che, tradotto, significa spoil system, no budget, no sollecitazione all’afflusso di sponsor e trasformazione in una biblioteca comunale “normale” (Gesù, anche per le Biblioteche conta il principio “una vale una?) – è che potremmo presto scordarci o archiviare nella memoria dei ricordi delle belle cose che non tornano più quelle serate di maggio e giugno, in fila per una mezzoretta lungo la rampa di Massenzio o talvolta lungo la scalinata del Campidoglio per riuscire (qualche volta anche no in occasione dell’arrivo di qualche superstar della letteratura mondiale che registrava sold out memorabili) a sedersi GRATUITAMENTE (laddove il maiuscolo è una citazione stilistica, peraltro cara a chi amministra temporaneamente questa città, per ricordare una caratteristica peculiare non secondaria e l’aspetto popolare e democratico di questo tipo di iniziativa).

Nomi: Rushdie, Paul Auster, Camilleri, Yehoshua e tanti autori amati e letti da chiunque. E, accanto alle grandi star, anche altre centinaia di autori di tutti gli angoli del mondo che probabilmente non avremmo conosciuto e letto senza il Festival delle Letterature. In una politica di vicinanza con tutte le case editrici, non solo le più note ma anche quelle che, spesso a fatica stampano titoli e autori meno noti con l’ambizione di ampliare l’offerta e per le quali, un traino di visibilità come una serata a Massenzio può davvero fare la differenza tra sopravvivere, vivere o morire.

Serate nel corso delle quali da oltre quindici anni decine di migliaia di romani (non tutti i romani, quindi, ma sicuramente moltissimi romani) hanno testimoniato e messo in scena la voglia collettiva di questa città di incontrarsi e auto-rappresentarsi anche come una comunità di lettori appassionati, esigenti, curiosi (e non solo di pendolari, utenti di pubblici servizi, consumatori, lavoratori, tifosi). Non è cosa da poco: in Italia si legge sempre meno e ce ne rendiamo conto tutte le volte che ci accorgiamo e ci lamentiamo di come si stia trasformando, in peggio ovviamente, la scrittura che, poi, altro non è che la forma attraverso la quale si esprime la vitalità di una comunità: una comunità che legge poco si esprime con una lingua sempre più povera.

Ecco, se anche solo questo fosse il rischio, perdere Massenzio e la Casa delle Letterature così come li abbiamo conosciuti in questi anni, di certo non vale la pena di correrlo. Le politiche culturali pubbliche all’interno di una città hanno un valore se non sono una vetrina di autocelebrazione di una élite che dialoga solo con se stessa ma il modo per offrire ai cittadini e ai tanti visitatori che arrivano tutti i giorni da ogni parte del mondo  stimoli, occasioni di confronto, esperienze collettive di crescita. A tutti e con le medesime opportunità.

31 errori della Giunta Raggi – Se proprio vogliamo contare

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di Fabio Sabatini

Grillo ha pubblicato un elenco dei successi della Giunta Raggi a Roma. Credo sia un dovere civico elencare 30 cose (anzi 31) che invece sono andate storte, di cui noi cittadini romani subiamo e subiremo a lungo le conseguenze, senza alcuna pretesa di esaustività.

1) Le dimissioni dell’assessore al bilancio Marcello Minenna, per il “deficit di trasparenza nella gestione della revoca del capo di Gabinetto Raineri, vero garante della legalità e trasparenza della macchina comunale”. Le dimissioni di Alessandro Solidoro, amministratore unico dell’Ama, in seguito alle dimissioni dell’assessore al bilancio Minenna.

2) La nomina ad assessore al bilancio, e la sua revoca pochi giorni dopo, di Raffaele De Dominicis, noto per aver indagato le agenzie di rating accusandole di un complotto internazionale contro l’Italia, concretizzatosi nel declassamento del nostro debito pubblico, motivato dall’invidia per la bellezza del nostro paese.

3) La nomina e la revoca del capo segreteria Salvatore Romeo, la nomina e la revoca del vicesindaco Daniele Frongia (precedentemente nominato e revocato capo di Gabinetto). La nomina di Raffaele Marra a direttore del personale e la sua revoca dopo l’arresto del 16 dicembre con l’accusa di aver ricevuto una maxitangente.

4) La revoca dell’assessora all’ambiente Paola Muraro, indagata per abuso d’ufficio e violazioni ambientali. Il fatto che esponenti dell’amministrazione siano oggetto di indagini non va considerato un demerito della sindaca, beninteso, finché la magistratura giudicante non avrà accertato l’eventuale rilevanza penale dei comportamenti.

Il problema è la mancanza di copertura di ruoli chiave nel governo della città, e l’infinità di tempo perduto per sostituire gli amministratori dimissionari o revocati.

Più in generale, va stigmatizzata l’infinità di tempo perduta nelle diatribe interne al Movimento, tempo che la sindaca e la giunta avrebbero invece dovuto usare per governare e per progettare il futuro della città.

5) Il sabotaggio della direttiva Bolkestein, che avrebbe portato concorrenza, innovazione, regolamentazione e qualità nel commercio ambulante romano. La famiglia monopolista dei camion bar ringrazia.

6) L’aumento, annunciato dal presidente della Commissione Commercio, del numero delle licenze per il commercio ambulante a piazza Navona e la loro assegnazione mediante un bando che abbia come criterio fondamentale l’anzianità. La famiglia monopolista delle licenze attuali  ringrazia.

7) La mancata erogazione del bonus dell’Inps per finanziare l’uso degli asili nido alle famiglie aventi diritto, dovuta alla dimenticanza del Comune di accreditarsi presso l’Inps ai fini dell’offerta del servizio.

8) L’immobilismo sull’emergenza rifiuti, che a oggi è più grave che mai. La proposta, come unica soluzione, di aprire una nuova enorme buca a cielo aperto a Malagrotta. Il proprietario della discarica di Malagrotta ringrazia.

9) La sistematica sostituzione di tutti i dirigenti potenzialmente scomodi dell’Ama, documentata da Jacopo Iacoboni su La Stampa: https://goo.gl/Ou2bTx.

10) La maldestra denuncia del “complotto dei frigoriferi” per giustificare il perpetuarsi dell’emergenza spazzatura, corredata dall’incauta (e inconsapevole, a quanto pare) sospensione del servizio di ritiro dei rifiuti ingombranti a domicilio.

11) Il no allo stadio della Roma, per ora si spera solo temporaneo, che sottrae alla città 450 milioni di investimenti privati della società sportiva nella trasformazione e riqualificazione urbana delle zone di Tor di Valle e Magliana.

12) Gli altri no connessi al temporaneo affossamento dello stadio della Roma: al quartiere degli affari, al prolungamento della metro B, alla riqualificazione della stazione di Tor di Valle, al nuovo parco fluviale delle dimensioni di Villa Borghese, al ponte pedonale sul Tevere che avrebbe collegato la stazione della Magliana con il parco fluviale, alla costruzione del nuovo svincolo sulla Roma-Fiumicino, al miglioramento della viabilità nella zona della Magliana e alla messa in sicurezza idrogeologica dell’area. Opere pubbliche che sarebbero state finanziate coi soldi privati della Roma.

13) Il no al restauro delle Torri dell’Eur, che sottrae alla città gli investimenti privati di Telecom nella riqualificazione della zona. La successiva decisione di Telecom di non trasferire più la propria sede nelle torri, rimaste ormai vuote.

14) Il no alla riqualificazione degli ex Mercati Generali a Ostiense, che sottrae alla città gli investimenti privati di una cordata di costruttori (sì, “palazzinari”, ma non è che i palazzinari facciano danno per definizione) per la riqualificazione della zona e la realizzazione della “Città dei giovani”: https://goo.gl/QWkuCs.

15) La chiusura, con un comunicato di poche parole, senza vere spiegazioni e senza prospettive di riapertura, del mercato dell’agricoltura biologica al Circo Massimo, un piccolo fenomeno di civiltà e benessere nel disastro cittadino, per ragioni meramente burocratiche.

16) Il no alle Olimpiadi, che va valutato con cautela: se è vero che, come sempre avviene in questi casi, le Olimpiadi avrebbero drenato risorse pubbliche nazionali a favore della capitale, i grillini hanno almeno riconosciuto l’incapacità di gestire tali risorse, risparmiando al paese una redistribuzione potenzialmente (ma non necessariamente) perversa della ricchezza tra le regioni. La città, comunque, ha perso tali risorse e non ci ha fatto una gran figura a livello internazionale.

17) La fuga a Milano di Sky, che lascerà la sede di via Salaria, oggi teatro di degrado, discariche improvvisate e prostituzione di strada.

18) Le difficoltà nell’approvazione del bilancio, bocciato nella sua prima stesura dall’organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio. Un evento senza precedenti nella storia del comune di Roma.

19) Le dimissioni di Marco Rettighieri e di Armando Brandolese, rispettivamente direttore generale e amministratore unico dell’Atac, per le ingerenze della giunta nella gestione aziendale.

20) La rinegoziazione del contratto Atac, grazie alla quale i dipendenti potranno lavorare meno (736 ore l’anno, contro le 1.100 dei lavoratori della metropolitana di Milano) e non dovranno più usare il badge. Le 150 ore in più previste dal precedente contratto, stipulato con l’amministrazione Marino, saranno eventualmente retribuite come straordinari.

21) La cancellazione di 3.800 corse degli autobus Atac, a fronte dell’incapacità di finanziare e organizzare la dovuta manutenzione sui mezzi.

22) La concessione di premi a pioggia ai dirigenti Atac, senza alcuna distinzione nel merito e senza alcun razionale piano di incentivi.

23) La figuraccia della concessione di una tessera dei mezzi Atac ai reduci della Shoah, 11 persone che ne erano già in possesso, come unico gesto commemorativo della Shoah da parte del comune.

24) L’azzeramento di ogni forma di accoglienza istituzionale dei migranti in transito a Roma, e il boicottaggio delle meritorie iniziative di accoglienza delle associazioni volontarie, che ha costretto uomini, donne e bambini a dormire sull’asfalto senza riparo, acqua, elettricità e assistenza.

25) Il ritardo nell’emanazione del “Piano freddo”, con pesanti conseguenze per i senzatetto, e con orari ridotti rispetto ai precedenti piani dell’amministrazione.

26) L’incapacità di organizzare un evento cittadino per Capodanno, con la figuraccia del bando del comune per l’esecuzione gratuita del concertone andato deserto.

27) La mancata elaborazione di un piano per lo sviluppo delle aziende partecipate, annunciato dall’assessore Colomban per fine ottobre 2016 al momento della sua nomina.

28) L’inefficienza nell’operazione “Scuole calde”, con la mancata accensione degli impianti di riscaldamento in molte scuole romane alla riapertura, dopo le vacanze invernali.

29) L’intestazione a sé, nel noto post di capodanno, del merito per lo stanziamento di 18 milioni di euro per la manutenzione della Metro A: lo stanziamento era stato effettuato dalla giunta Marino.

30) L’intestazione a sé del merito per il bando per la riqualificazione delle periferie: il bando è un atto del governo, non del comune, aderirvi era doveroso, e la realizzazione dei progetti sarà finanziata dal governo, non dal comune.

31) L’assenza di qualsiasi reazione all’annuncio, da parte del sindacato della polizia locale, di uno sciopero bianco contro il turnover sul territorio stabilito dal precedente comandante, con la conseguenza di una sostanziale ritirata dei vigili dalle strade e del proliferare incontrollato della sosta selvaggia.

 

 

la foto in evidenza è presa da qui

Berdini e Muraro contro “la banda dei Ciqnuestelle”

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Dovevano essere i fiori all’occhiello della Giunta pentastellata di Roma, dovevano essere i perni della rigorosissima rivoluzione Grillina.  Paola Muraro, ex Assessore all’Ambiente, e Paolo Berdini, quasi ex Assessore all’utrbanistica, disconoscono il Movimento e denunciano la “guerra tra bande” e la “corte dei miracoli” che terrebbe in balia il Campidoglio e tutta la città.

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Leggi l’articolo del Messaggero cliccando sull’immagine.

In un’intervista al Messaggero, l’ex Assessore Muraro denuncia come ini Campidoglio non siano la sindaca o la sua maggioranza a prendere le decisioni. Lei, si dice amareggiata e non rivoterebbe il Movimento Cinquestelle perchè non è più coerente con i suoi programmi. Ora gli obiettivi sembrano altri.

Il quasi ex Assessore all’Urbanistica e Lavori Pubblici, Paolo Berdini, in un audio dopo aver

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Ascolta l’Audio cliccando sull’immagine

sottolineato l’impreparazione strutturale della sindaca Raggi, parla della “corte dei miracoli” di cui si è circondata: «Se lei si fidasse delle persone giuste… Ma lei si è messa in mezzo a una corte dei miracoli. Anche in quel caso, io glie l’ho detto: “sei sindaco, quindi mettiti intorno il meglio del meglio di Roma”. E invece s’è messa vicino una banda».

I 43 “successi” Di Virginia Raggi e del M5s per Roma smontati punto per punto

I Grillini si vantano dell’ordinaria amministrazione nella Capitale. Nextquotidiano nel seguente articolo ha raccolto un  fact checking fatto da Repubblica, il Messaggero e un consigliere dell’opposizione che evidenzia una realtà decisamente diversa rispetto a quella raccontata dal M5s.

 

 

Sindaca, gradisce l’Espresso?

Raggi sindaca di Roma fa la linguaccia

Cara sindaca Raggi, più che l’ex Capo di Gabinetto Carla Raineri, fu Walt Disney ad essere involontariamente profetico quando, negli “Aristogatti” fece cantare al micione romantico: “Io so’ Romeo, er mejo der Colosseo”, ma neanche la proverbiale immaginazione del genio d’oltreoceano si era spinta ad ambientare la scena dei due gattoni sui tetti del Campidoglio.

Alla luce degli avvenimenti delle ultime ore e in base alla ricostruzione de L’Espresso, pare che Romeo non abbia mai smesso di cantare…

Dev’essersi anzi spaventato e, forse in preda ad un attacco di vertigini, avrebbe stipulato una polizza vita. Anzi no, più di una.

Accidenti che paura di cadere dal Campidoglio!

Sempre secondo L’Espresso, i beneficiari delle polizze non sarebbero i parenti più stretti come da prassi diffusa e consolidata, ma politici e attivisti del MoVimento, tra cui la Sindaca Raggi, che avrebbe poi ricompensato Romeo con un cospicuo aumento di stipendio.

L’Espresso si chiede come possa una persona non di famiglia benestante e con uno stipendio tutto sommato non altissimo, essersi potuta permettere la stipula di così tante polizze, stipulate peraltro nel 2013, quando puntare su Virginia Raggi era davvero un azzardo e nulla faceva pensare che potesse essere lei la candidata del MoVimento alla poltrona capitale.

Almeno agli occhi di uno scommettitore pulito…

A far calare il buio sui tetti del Campidoglio sono proprio le cronache di queste ultime ore, le storie di dossieRaggi e di polizze e di chiacchiere lontane dalle microspie e di gattoni che continuano a cantare.

E la caduta da quei tetti non è solo fantasia degli oppositori.

Qui l’articolo de L’Espresso “Quella polizza da 30mila euro per Raggi: il regalo del fedelissimo Romeo alla sindaca

(le foto sono prese da qui  e da qui)

“Ecologisti” che asfaltano. La grande bruttezza a via Furio Camillo.

Colata di asfalto per rifare Via Furio Camillo nel Gennaio 2017

di Corrado Truffi

Come “imbruttire” una via e far un piacere a chi compie abusi edilizi, in una mossa sola.

Con gran strombazzar di trombe, la Presidente del VII Municipio ha rivendicato il gran successo: aver annegato di asfalto i grandi marciapiedi di via Furio Camillo, prima ridotti molto male a causa di una pavimentazione assai sconnessa, frutto di un annoso contenzioso con la ditta che ha costruito il PUP su quella strada e che, quindi, aveva avuto anche l’obbligo della sistemazione dell’arredo in superficie.

Si sa, i cittadini erano inviperiti per le mattonelle sconnesse e la precedente Amministrazione, incastrata nel contenzioso, financo nel “sequestro” della strada da parte della magistratura, era stata incapace di dare una qualunque risposta. L’abile Lozzi ha trovato i fondi in una piega del bilancio ed ha agito.

Tutto bene, tutti contenti?

Non proprio, per due motivi.

Primo: qualche anno fa, coerentemente con un’idea precisa di arredo urbano, si decise che i marciapiedi delle strade, in caso di rifacimento, dovessero essere pavimentati e non asfaltati. Una buona pavimentazione dura di più, è più bella e non vi è motivo di usare l’asfalto per far camminare i pedoni. Via Furio Camillo fu quindi rifatta con una bella pavimentazione. Bella ma indubbiamente realizzata con materiali di risulta da una ditta di dubbio valore e, si immagina, con ben scarso controllo da parte degli uffici tecnici del comune sulla qualità del lavoro. Ora, quel lavoro mal fatto è stato, semplicemente, sostituito con un altro lavoro mal fatto. Anche sorvolando sulla grande bruttezza di quel mare d’asfalto, è facile immaginare cosa diventerà nella calura romana un simile lago di catrame. Non si inciampa più. Per ora. E poi, i 5 stelle non erano gran ecologisti? E non gli è venuto in mente nulla di diverso che la gran catramata?

Il marciapiede in versione pavimentata. Si vedono già i danni, ma anche la scelta estetica. Tra l’altro, la pista ciclabile è evidente (da google maps, giugno 2016)

Secondo: la piega del bilancio individuata da Lozzi consiste in circa 200.000 euro che la precedente amministrazione aveva destinato, guarda un po’, alle demolizioni degli abusi edilizi nel VII Municipio.

Morale, Lozzi acquista a buon mercato un po’ di consenso su due fronti: i cittadini di via Furio Camillo, che probabilmente tenderanno ad accontentarsi dell’asfalto, che è pur sempre meglio del rischio di cadere. E chi ha fatto gli abusi da rimuovere, che ringrazieranno vivamente il famoso rigore morale grillino.

Il lago di asfalto odierno. Tra l’altro, è arduo distinguere la pista ciclabile.

La Memoria (non) è una cosa seria

Chissà ca chi è venuta l’idea? E quanto si sarà sentito brillante nel proporre una novità, qualcosa a cui nessuno aveva pensato. Un gesto concreto in una giornata in cui le dichiarazioni, i giornali, il web, sarebbero stati invasi di messaggi più o meno retorici. Insomma, dovrà essere sembrata una vera trovata quella di proporre, per la Giornata della Memoria, l’abbonamento gratuito ai mezzi pubblici romani per i reduci della Shoah residenti nella nostra città.

Certo, idea brillante, se non fosse totalmente effimera.

I reduci dei campi di concentramento tornati a Roma, a Gennaio 2017, sono appena una decina, tutti ultra ottantenni. Questo basterebbe per far capire la “fregatura” che si sta propinando ai romani. Inoltre, come ricordano in molti in Rete, i reduci della Shoah sono considerati come invalidi di guerra, pertanto già esenti dal pagamento dei mezzi pubblici.

Il primo istinto è di gridare alla bufala, di ingaggiare la solita guerra corpo a corpo con il populismo. Guerra sfiancante, ma che non deve vedere mai cedimenti. Eppure… Eppure stavolta c’è di più. Si sente un fastidio maggiore. L’immensa tragedia dell’Olocausto, della furia nazista, della seconda guerra mondiale, ci suscita un rispetto profondo.
Vedere la sua memoria, che serve ogni giorno per costruire la libertà di oggi, quasi sbeffeggiata a favore di un titolo di giornale o di una trovata propagandistica riguarda l’aspetto più intimo di ciascuno di noi. Riguarda la responsabilità che ognuno di noi, istituzioni in testa, dovrebbe sentire nel trattare questa memoria come una cosa seria, come un mezzo importante per trasmettere l’idea di un futuro che costruisca, sempre, gli anticorpi da certe barbarie.

La Memoria è una cosa seria.

Qualcuno fa i conti a #LAFESTADIROMA e non sembra il successo sbandierato

Nel web gira una sola foto, un Circo Massimo  con molta gente per il primo Capodanno a Roma della giunta grillina (non essendo questa la sezione “Premio Scia chimica” non si commenterà la foto bufala che si trova sul sito di Beppe grillo e mostra i fuochi di artificio del Capodanno 2014/2015) .

40mila persone al Circo Massimo, 42mila tra Fori “unificati” e musei civici, oltre 200mila sul lungotevere e i ponti di Roma“, sono  i numeri annunciati ed esaltati dalla stessa Sindaca Raggi, risultato de #LafestadiRoma.

Nonostante il tono trionfante, Next Quotidinao prova a mettere a confronto i numeri del San Silvestro 2016 con quelli degli anni precedenti. Il confronto sembra impietoso: quasi centomila persone l’anno scorso con Negramaro ed Edoardo Bennato e circa seicentomila tra il Circo Massimo e i Fori Imperiali per la notte tra il 2014 e il 2015 con i Subsonica e Daddy G dei Massive Attack.

Come al solito, parlando di numeri, occorre chiedersi quale sarà il peso che avranno sulla città. Se questo è un evento di successo per la Capitale d’Italia, cosa ci aspetterà in futuro?

Quant’è “molto” per Roma? Per la città che ha visto manifestazioni internazionali che superano il milione di persone, con concerti-eventi, a pagamento o gratuiti, che radunano sempre centinaia di migliaia di persone?

Quando un evento è un successo nella città del Giubileo? Quando si è soddisfatti della partecipazione a una manifestazione culturale in una città da 10-15 milioni di turisti l’anno (negli anni più mesti…)?

Insomma, chissà cosa penseranno gli albergatori, i ristoratori, i tassisti, i piccoli e medi proprietari di strutture ricettive e tutti coloro che, in una città come Roma, sono legati al mondo del turismo e degli eventi. Chissà se per loro questo Capodanno è stato un successo? Già, perché a Roma gli eventi e le occasioni di ribalta, nazionale e internazionale, non sono solo per i romani, non servono solo per quel “circenses” che ogni amministrazione deve assicurare ai suoi residenti. Concerti, manifestazioni, eventi, raduni, sono linfa vitale per l’economia del turismo che non può essere considerata alternativa o secondaria a Roma, ma che deve essere invece il centro di una seria programmazione.

Uno stadio, una città

di Laura Coccia

Sapo-opere-570er cogliere le occasioni, saper immaginare un’idea di città oltre le contingenze, coniugare la tutela della collettività con la prospettiva di crescita e sviluppo, queste dovrebbero essere le aspirazioni di chi governa una città. Ancor più se questa città è Roma, una Capitale internazionale, ancora troppo mortificata.

Lo stadio della Roma, anzi, il Progetto dello Stadio della Roma, è una di queste occasioni, da non derubricare in maniera ideologica e opportunistica solamente a una crociata pro o contro le “cubature”. Nel progetto Stadio della Roma c’è l’idea di sviluppo di un intero quadrante, c’è l’impostazione di un nuovo rapporto tra pubblico e privato, in cui il privato che vuole investire nella Capitale deve trovare un partner istituzionale forte e determinato, come non appare oggi.

Il potenziamento dei trasporti pubblici nella zona, il potenziamento della Roma Lido e, oltre agli interventi di urbanizzazione e arredo pubblico, sono occasioni per la promozione e il rilancio di un intero quadrante, sono gli aspetti di una riqualificazione che difficilmente il soggetto pubblico potrebbe avviare oggi e con i tempi immaginati.

Davvero una manna dal cielo per una Giunta che si sta dimostrando incapace di scrivere un Bilancio e di gestire tagli e risparmi che andranno a colpire senza distinzioni categorie deboli e già in difficoltà.

Condurre una battaglia ideologica che, magari, permetta di costruire lo stadio, decurtando le opere pubbliche a carico del privato sarebbe una vera sconfitta per la città e per le sue aspirazioni.

Prima di tutto la Delibera della precedente Giunta, che riconosce l’interesse pubblico dell’opera e approva il progetto non può essere sconfessata. Questo comporterebbe il dover ricominciare da capo tutto il percorso e, oltre a lungaggini burocratiche che ancora una volta peserebbero sull’opera, c’è il concreto rischio di dover pagare penali all’AS Roma.

Inoltre, l’Assessore Berdini (seppure già più volte sconfessato da Giunta e maggioranza),  vorrebbe costruire un’opera attrattiva come lo stadio e gli spazi commerciali adiacenti, più o meno ridotti senza le opere pubbliche di decongestione della circolazione previste nell’accordo. Questo comporterebbe una pressione su quel quadrante tale da restituire un caos tutto a carico del Comune che dovrebbe riuscire a gestirlo, con ulteriori spese e complicazioni di diversa natura. Non voglio usare l’espressione cattedrale nel deserto, perché non restituirebbe la sensazione di congestione e traffico visto che in quella cattedrale tutti vorranno arrivare e rimanere.

Infine, come è naturale che sia, la conclusione della diatriba sullo stadio della Roma avrà un riflesso nazionale e internazionale.  Lancerà, soprattutto, un segnale a imprenditori e aziende, chiarendo se Roma (e l’Italia. Immaginate un governo cinque stelle…) siano in grado di sostenere progetti di sviluppo e crescita, tutelando sostenibilità, territori e cittadini, in maniera seria e leale. O se si rischi di investire in un Paese in cui le regole possono cambiare da un momento all’altro. In cui l’interlocutore in nome di una crociata di facciata possa rimangiarsi i termini di un accordo o in cui sia la burocrazia a bloccare tutto.

Ecco perché oggi, il Progetto dello Stadio della Roma e la sua gestione raccontano di più della costruzione di una grande opera architettonica. Ed ecco perché le titubanze e la mancata trasparenza delle risposte di Raggi, Frongia e Berdini preoccupano i romanisti, i romani e tutti gli italiani.