I primi giorni di The Donald tra sostanza e forma

di Lucia Urciuoli

In poco più di una settimana dal suo insediamento Donald Trump ha già smentito chi sperava che tra toni e modi usati dal magnate sino ad ora ed in campagna elettorale e il suo “stile presidenziale” ci sarebbe stato un avvicinamento ad un modello più sobrio ed istituzionale.

Non è accaduto. E di sicuro non accadrà nel prossimo futuro a meno che Trump non riceva rapidamente e chiaramente, all’interno degli Usa e nel mondo, risposte e reazioni convincenti.

Il danno, la beffa e il caos : la sostanza

Quanto alla sostanza Trump è salito sul trattore e ha ingranato la marcia in avanti su quasi tutte le questioni al centro della sua campagna con l’obiettivo di” spianare” immediatamente i suoi oppositori più che convincere e ottenere consenso. In materia di relazioni internazionali ha esplicitato il progetto di dividere il confine tra USA e Messico con un muro (il danno) da costruirsi a spese dei messicani (la beffa) anche se non si capisce davvero bene come (il caos).
Poi ha ricevuto come primo capo di Governo straniero l’inglese Theresa May (la beffa, alla UE) per esprimere il suo appoggio ad una “Hard Brexit” che faccia a pezzi quel poco che rimane dell’Unione Europea (il danno) e sancisca il ritorno ad un mondo nel quale gli Usa possano ambire a regolare in maniera unilaterale i temi globali :terrorismo, immigrazione, cambiamenti climatici, commercio (il caos).
Infine ha sospeso il programma per i rifugiati e vietato l’ingresso a tutti i siriani fino a nuovo ordine e per 90 giorni ai cittadini di Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Sudan e Libia (il danno) generando il panico negli aeroporti di tutto il mondo e licenziando in tronco Sally Yates, la Procuratrice generale che si è rifiutata di difenderlo (la beffa) con un ordine esecutivo peraltro talmente mal scritto e pieno di lacune applicative da aver scatenato, oltre alle proteste, anche le impugnazioni da parte di giudici federali ed alcuni stati (il caos).

Una parentesi: dei 19 dirottatori delle Torri Gemelle 15 provenivano dall’Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall’Egitto e uno dal Libano.  Nessuno di questi Paesi è nella lista dei 7.  Cosa c’entra tutto questo con il terrorismo?

Sul fronte interno, per saldare subito il suo debito con la destra  fondamentalista cattolica ed apponendo all’ennesimo Executive Order presidenziale una delle sue oramai note e inquietanti firme (guardate la foto e contattate pure un grafologo di vostra conoscenza) The Donald ha escluso dal supporto nazionale le ONG che nel mondo realizzano programmi di informazione sull’aborto (qui, danno, beffa e caos si fondono).

Con un altro Executive Order (si legga l’articolo dell’Agi che elenca tutti quelli sino ad oggi adottati) Trump ha sollecitato il segretario alla Salute e i dipartimenti governativi a “rinunciare, rinviare, concedere deroghe o ritardare l’attuazione” (il caos e la beffa)  di tutte quelle nome che su questa materia impongono oneri fiscali sugli stati, le società o gli individui” primo colpo al nemico giurato di sempre, l’Obama-care (il danno) che ha introdotto negli Usa elementi universalistici di sostegno nazionale in tema di salute e welfare.

Con altri Ordini, infine, ha ridato il via libera alla realizzazione di un oleodotto in pieno territorio Sioux (il danno) e alleggerito il sistema di controlli preliminari per la loro realizzazione (il caos). Il messaggio è chiaro: macchina indietro su tutta la politica, nazionale ed internazionale, di Obama in materia di territorio, energie alternative e clima, mano tesa a costruttori e petrolieri, altro pilastro del sistema di potere e consenso di Trump (la beffa) .

Tweet e ordini esecutivi: la (non) forma

Dimenticatevi la complessità e bellezza del sistema ordinamentale e delle regole di funzionamento del potere negli Stati Uniti, i pesi, i contrappesi, il confronto aspro ma corretto tra poteri, Trump parla  con i tweet (come un Dibba qualsiasi) e governa con gli Ordini Esecutivi.

E quindi fissa e annulla vertici internazionali (quello con il Presidente del Messico Pena Nieto) con un tweet, replica alle critiche suscitate dal suo blocco dell’immigrazione con un tweet, risponde ai leader dell’opposizione sempre con un tweet. Tutto con un tweet: non c’è questione piccola o grande, di calibro mondiale o di inusitata leggerezza che per Trump meriti più di 140 caratteri e dei pochi secondi che bastano a comporli.

Con un Ordine Esecutivo (che ha forza di legge se la sua promulgazione specifica trae origine da una legge federale), il Presidente si rivolge ad uno o più funzionari o agenzie specifiche indicando il modo in cui compiere un certo incarico o gestire una specifica situazione. Nati per gestire le emergenze ed al centro di un ampio dibattito sul loro uso ed abuso, sembrano essere diventati in pochi giorni l’unico modo con il quale Trump, ignorando l’esistenza del Congresso, detta le regole e modella il nuovo modello istituzionale del suo “Impero”.

Insomma tutta la complessità dentro alle quali da secoli ha preso forma il potere degli Stati Uniti sciolta e dissolta nella “leggerezza”, brutalità, grossolaneria e provocatoria irritualità che è da sempre il marchio di Trump.

Le reazioni

Interlocutori nazionali ed internazionali si arrenderanno a questo cambio di passo ed al desiderio di Trump di giocare con nuove regole? Le critiche, le proteste spontanee  che in questo momento attraversano gli Usa sembrano far pensare di no per quanto riguarda il fronte interno, la “giovane” democrazia USA non sembra intenzionata a barattare secoli di civiltà giuridica in cambio delle promesse dell’”uomo forte”. Chi sembra balbettare, invece, è il resto del mondo, in particolare l’Europa che stenta sempre più a trovare una voce comune. L’apparizione della leadership così forte di Trump (pur nella sua follia) fa infatti apparire ancora più vistosamente l’assenza di una leadership comune europea altrettanto forte e quella che Trump le sta scampanellando sul viso sembra davvero essere l’ultima campanella: ora o mai più.

Virginia, can you hear me? Dov’è andata la partecipazione?

A Roma il buon governo dei municipi c’è, si muove e dialoga e progetta con tutti (quelli che hanno qualcosa di costruttivo da dire).

Mesi di retorica 5stellata in Campidoglio sui processi partecipativi (con anni di retorica 5stellata alle spalle) senza che su nessuno dei progetti di trasformazione possibile e futura della città si sia visto o intravisto qualcosa di lontanamente assimilabile a un percorso di confronto aperto e trasparente con i cittadini.

Non è accaduto sulla candidatura olimpica, non sta accadendo sul progetto di Stadio della Roma, non sta accadendo sulla metropolitana, non sta accadendo su nulla. Nemmeno sul mirabolante progetto di funicolare Boccea-Casalotti che tanto aveva qualificato il Programma elettorale di Virginia Raggi uno straccio di meet-up, un assemblea di condominio, niente di niente, nemmeno una chat su wattsapp.

Grazie al cielo, il dio della partecipazione non è nato con i 5 stelle e non è nemmeno ancora morto per causa loro.

Nel primo Municipio, uno dei due soli municipi rimasti al centrosinistra (insieme al secondo) è partito il percorso di informazione e consultazione pubblica sulla riqualificazione di Piazza Dante, la piazza dove, forse siete voi gli ultimi ancora a non sapere, si trasferiranno entro breve i Servizi Segreti nell’ex palazzo delle Poste (ma non ditelo a nessuno è una notizia riservata).

Il primo dei tre incontri si è svolto mercoledì 1 febbraio presso la Sala Conferenze di Palazzo Massimo, i prossimi avranno luogo entro la fine del mese di febbraio.


Punti di partenza del percorso: un risultato ed un idea
. Il risultato è dato dalla fine del lavoro di scavo della Soprintendenza Archeologica che ha indagato le preesistenze archeologiche attribuibili ai cosiddetti “Horti Lamiani“. L’idea progettuale è quella degli architetti della stessa Soprintendenza, condivisa anche dal Primo Municipio, di restituire all’intera Piazza l’aspetto antico che poteva avere in epoca classica di un giardino terrazzato e digradante, ovviamente in un formato compatibile con l’assetto umbertino e attuale della Piazza. Al centro, infine, un manufatto all’interno del quale conservare e rendere visibili i resti archeologici rinvenuti nel luogo (vedi foto esposte durante l’incontro).

Il punto di arrivo non è noto e dipenderà da tre variabili:

  1. a) la disponibilità di risorse economiche per realizzare il progetto e garantire la manutenzione ordinaria della Piazza al fine di evitare che alla piacevole riscoperta segua un inesorabile degrado
  2. b) l’accordo tra Municipio, Soprintendenza, Cassa Depositi e Prestiti (proprietaria dell’ex palazzo delle Poste) e Amministrazione capitolina;
  3. c) la qualità della proposta che uscirà da questo percorso partecipativo con cittadini ed associazioni che già nel corso del primo incontro hanno saputo esprimere, oltre al quantitativo prevedibile e comprensibile di lamentele sui noti punti di debolezza dell’Esquilino, spunti qualificati, apporti interessanti e contributi di primo livello utili ad arricchire il risultato e l’idea di partenza con una proposta concreta ed operativa in grado di ridare presto fiato ad una piazza romana, piccola, piena di storia ed oggi in sofferenza.

Roma è una città straordinariamente ricca di capacità di governo che si esprime nelle associazioni, nei comitati, nei gruppi informali di cittadini che si riuniscono accomunati da un obiettivo (una lotta, una speranza) comune. Saperla riconoscere, cogliere e mettere a frutto è fondamentale

Qualcuno fa i conti a #LAFESTADIROMA e non sembra il successo sbandierato

Nel web gira una sola foto, un Circo Massimo  con molta gente per il primo Capodanno a Roma della giunta grillina (non essendo questa la sezione “Premio Scia chimica” non si commenterà la foto bufala che si trova sul sito di Beppe grillo e mostra i fuochi di artificio del Capodanno 2014/2015) .

40mila persone al Circo Massimo, 42mila tra Fori “unificati” e musei civici, oltre 200mila sul lungotevere e i ponti di Roma“, sono  i numeri annunciati ed esaltati dalla stessa Sindaca Raggi, risultato de #LafestadiRoma.

Nonostante il tono trionfante, Next Quotidinao prova a mettere a confronto i numeri del San Silvestro 2016 con quelli degli anni precedenti. Il confronto sembra impietoso: quasi centomila persone l’anno scorso con Negramaro ed Edoardo Bennato e circa seicentomila tra il Circo Massimo e i Fori Imperiali per la notte tra il 2014 e il 2015 con i Subsonica e Daddy G dei Massive Attack.

Come al solito, parlando di numeri, occorre chiedersi quale sarà il peso che avranno sulla città. Se questo è un evento di successo per la Capitale d’Italia, cosa ci aspetterà in futuro?

Quant’è “molto” per Roma? Per la città che ha visto manifestazioni internazionali che superano il milione di persone, con concerti-eventi, a pagamento o gratuiti, che radunano sempre centinaia di migliaia di persone?

Quando un evento è un successo nella città del Giubileo? Quando si è soddisfatti della partecipazione a una manifestazione culturale in una città da 10-15 milioni di turisti l’anno (negli anni più mesti…)?

Insomma, chissà cosa penseranno gli albergatori, i ristoratori, i tassisti, i piccoli e medi proprietari di strutture ricettive e tutti coloro che, in una città come Roma, sono legati al mondo del turismo e degli eventi. Chissà se per loro questo Capodanno è stato un successo? Già, perché a Roma gli eventi e le occasioni di ribalta, nazionale e internazionale, non sono solo per i romani, non servono solo per quel “circenses” che ogni amministrazione deve assicurare ai suoi residenti. Concerti, manifestazioni, eventi, raduni, sono linfa vitale per l’economia del turismo che non può essere considerata alternativa o secondaria a Roma, ma che deve essere invece il centro di una seria programmazione.

Uno stadio, una città

di Laura Coccia

Sapo-opere-570er cogliere le occasioni, saper immaginare un’idea di città oltre le contingenze, coniugare la tutela della collettività con la prospettiva di crescita e sviluppo, queste dovrebbero essere le aspirazioni di chi governa una città. Ancor più se questa città è Roma, una Capitale internazionale, ancora troppo mortificata.

Lo stadio della Roma, anzi, il Progetto dello Stadio della Roma, è una di queste occasioni, da non derubricare in maniera ideologica e opportunistica solamente a una crociata pro o contro le “cubature”. Nel progetto Stadio della Roma c’è l’idea di sviluppo di un intero quadrante, c’è l’impostazione di un nuovo rapporto tra pubblico e privato, in cui il privato che vuole investire nella Capitale deve trovare un partner istituzionale forte e determinato, come non appare oggi.

Il potenziamento dei trasporti pubblici nella zona, il potenziamento della Roma Lido e, oltre agli interventi di urbanizzazione e arredo pubblico, sono occasioni per la promozione e il rilancio di un intero quadrante, sono gli aspetti di una riqualificazione che difficilmente il soggetto pubblico potrebbe avviare oggi e con i tempi immaginati.

Davvero una manna dal cielo per una Giunta che si sta dimostrando incapace di scrivere un Bilancio e di gestire tagli e risparmi che andranno a colpire senza distinzioni categorie deboli e già in difficoltà.

Condurre una battaglia ideologica che, magari, permetta di costruire lo stadio, decurtando le opere pubbliche a carico del privato sarebbe una vera sconfitta per la città e per le sue aspirazioni.

Prima di tutto la Delibera della precedente Giunta, che riconosce l’interesse pubblico dell’opera e approva il progetto non può essere sconfessata. Questo comporterebbe il dover ricominciare da capo tutto il percorso e, oltre a lungaggini burocratiche che ancora una volta peserebbero sull’opera, c’è il concreto rischio di dover pagare penali all’AS Roma.

Inoltre, l’Assessore Berdini (seppure già più volte sconfessato da Giunta e maggioranza),  vorrebbe costruire un’opera attrattiva come lo stadio e gli spazi commerciali adiacenti, più o meno ridotti senza le opere pubbliche di decongestione della circolazione previste nell’accordo. Questo comporterebbe una pressione su quel quadrante tale da restituire un caos tutto a carico del Comune che dovrebbe riuscire a gestirlo, con ulteriori spese e complicazioni di diversa natura. Non voglio usare l’espressione cattedrale nel deserto, perché non restituirebbe la sensazione di congestione e traffico visto che in quella cattedrale tutti vorranno arrivare e rimanere.

Infine, come è naturale che sia, la conclusione della diatriba sullo stadio della Roma avrà un riflesso nazionale e internazionale.  Lancerà, soprattutto, un segnale a imprenditori e aziende, chiarendo se Roma (e l’Italia. Immaginate un governo cinque stelle…) siano in grado di sostenere progetti di sviluppo e crescita, tutelando sostenibilità, territori e cittadini, in maniera seria e leale. O se si rischi di investire in un Paese in cui le regole possono cambiare da un momento all’altro. In cui l’interlocutore in nome di una crociata di facciata possa rimangiarsi i termini di un accordo o in cui sia la burocrazia a bloccare tutto.

Ecco perché oggi, il Progetto dello Stadio della Roma e la sua gestione raccontano di più della costruzione di una grande opera architettonica. Ed ecco perché le titubanze e la mancata trasparenza delle risposte di Raggi, Frongia e Berdini preoccupano i romanisti, i romani e tutti gli italiani.