Il bene culturale è per definizione un bene della collettività

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Una riflessione sul bene culturale partendo dal destino dell’area di Tor di Valle.

A cura di Massimo Cardone per Embrice 2030 ApS

Premessa

Venerdì 24 è stata inaugurata presso la Galleria Embrice 2030 a Garbatella una mostra – che sta riscuotendo un inaspettato successo – sull’architetto spagnolo Julio Garcia Lafuente.

L’architetto Lafuente è salito recentemente alla ribalta della cronaca per essere il progettista delle Tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle a Roma, l’opera architettonica per la quale la  Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Comune di Roma ha avviato la procedura di Dichiarazione di interesse culturale, mettendo in crisi l’intero progetto del nuovo Stadio della Roma che ne prevedeva invece la demolizione.

La mostra, a cura dell’arch. Eleonora Carrano, ha la finalità di portare all’attenzione pubblica un’opera architettonica straordinaria come quella delle Tribune di Tor di Valle – realizzata nel 1959 per le Olimpiadi di Roma del 1960 – ma anche di lanciare un documento/appello per il riutilizzo alternativo di questa struttura sportiva, il cui costo di recupero è tra l’altro senza dubbio inferiore a quello di un’ipotetica demolizione.

Restaurare le tribune di Tor di Valle per il nuovo Stadio Cittadino dello Sport Sociale

Il nuovo Stadio della Roma è un opera importantissima per la nostra città, la costruzione di una struttura sportiva rappresenta sempre una risorsa per la sua comunità, per il forte valore educativo che porta con se; ma proprio per questo pensiamo che non sia corretto discutere della valorizzazione dell’area di Tor di Valle solo in termini edilizi, ma che si debba cogliere l’occasione per tramutarla in un rilancio della cultura sportiva della nostra città.

Noi riteniamo che sia necessario e possibile conciliare interessi privati e collettivi, che sia doveroso pianificare la città pubblica anche quando sono i privati a costruirla. La salvaguardia della pensilina dell’Ippodromo di Tor di Valle a Roma, opera magistrale dello Studio Lafuente Rebecchini, da questo punto di vista, rappresenta una grandissima opportunità.

D’altronde il bene culturale è per definizione un bene della collettività; la Costituzione Italiana assegna alle Istituzioni Statali il compito di tutelarlo per poterlo tramandare alle generazioni successive come testimonianza della cultura del nostro paese. Oggi a noi spetta il compito di restituire questa opera architettonica alla collettività, evitando accuratamente ogni ipotesi di musealizzazione e di monumentalizzazione, all’interno di un progetto di città che riconosca nello sport i valori dell’aggregazione e dell’integrazione sociale, della crescita umana e della sfida personale.

Per tutti questi motivi chiediamo al Comune di Roma, nella fase negoziale attuale, di imporre alla parte proponente (Eurnova / Pallotta) di farsi carico del restauro filologico, secondo il progetto originale, delle tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle, al fine di restituirla, in quota oneri, alla collettività e all’uso pubblico; la pensilina potrà essere a servizio di un campo da dedicare a Stadio Cittadino dello Sport Sociale, da affidare alle associazioni romane che oggi lavorano nel campo dell’integrazione sociale attraverso lo sport. Non solo calcio ma anche rugby e atletica leggera.

Costruiamo lo Stadio della Roma, con le torri, senza torri, ma regaliamo anche a Roma e ai suoi cittadini uno spazio pubblico per lo sport e l’inclusione sociale, lo Stadio Cittadino dello Sport Sociale.

 

Gradini e metropolitane

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Perchè immaginare dei lavori di manutenzione e rifacimento di una stazione della Metropolitana di Roma senza includere i necessari accorgimenti per garantire la piena accessibilità a tutti?

Laura Coccia ci racconta la sua sorpresa quando qualche giorno fa, anno 2017, hanno terminato i lavori di manutenzione dell’entrata della stazione Giulio Agricola della Metro A. E, no, non era la metro che si sarebbe immaginata.

“Nella città che vorrei, mi piacerebbe che finalmente le barriere architettoniche e sensoriali non siano solo inutili orpelli, ma si capisca che sono ciò che limitano la nostra libertà di movimento e di cittadinanza.”

Qui l’articolo completo 

Vivere meglio a Roma? proviamoci con le app per la mobilità

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Nel nostro secondo appuntamento su come vivere a Roma grazie a servizi online e app, stavolta vogliamo provare cosa si offre a chi ha bisogno di spostarsi a Roma, città come noto dalla mobilità non proprio scorrevolissima e priva di una rete sotterranea estesa (che è la salvezza per le altre metropoli). Dei biglietti senza caccia alle monete o ai tabaccai abbiamo già parlato. Ora passiamo al problema successivo: salire sopra a un bus o a un tram.

Roma è una delle poche grandi città del mondo (e anche d’Italia) che non ha la tabella oraria degli arrivi alle fermate dei bus, i tempi di arrivo e di attesa sono quindi ignoti agli utenti. Sorvoliamo sui motivi (traffico eccessivo, corsie preferenziali che non lo sono, e così via) e passiamo alla soluzione tecnologica attuata dal sindaco Veltroni qualche anno fa (le paline elettroniche) e ora disponibile sul nostro smartphone grazie agli open data.

L’Atac infatti da anni mette in rete la posizione dei propri mezzi (collegati in GPS) consentendo agli sviluppatori di creare app che forniscono i tempi di arrivo previsti dei bus (e dei tram). E fornendone anche una propria, anzi due: Muoversi a Roma, che da’ anche informazioni sui percorsi ottimali e altro ed è realizzata da Roma Servizi per la Mobilità (ora divisa da Atac) ed una propria, Viaggia con Atac (non disponibile al momento per iPhone), più essenziale, comunque con i tempi di attesa per le fermate, la ricerca della fermata in cui siamo e informazioni sulle linee.

Altre app sono forse più versatili e semplici nell’utilizzo, come Roma Bus, sviluppata da una start-up che si chiama simpaticamente MeMovo. Inserendo il numero della palina o facendolo cercare col GPS si ottiene l’elenco degli arrivi, con numero fermate di distanza e tempo stimato per ogni linea. Se il bus che stiamo aspettando è troppo lontano possiamo quindi scegliere un percorso alternativo, magari più lungo ma con meno attese.

E’ meglio però  non approfittarne per andare al bar vicino a prendere qualcosa nell’attesa, perché, come mi hanno informato persone di Servizi per la mobilità, le posizioni dei mezzi sono, per una serie di motivi, frequentemente stimate, quindi il tempo di attesa potrebbe essere inferiore e potremmo perdere il tanto atteso bus.

Non è la soluzione decisiva per la programmazione degli spostamenti, ma almeno diminuisce il nervosismo dell’attesa e consente anche di saltare il bus strapieno che arriva e attendere il prossimo.

Sono app abbastanza note tra gli utenti assidui, inclusi i lavoratori stranieri che, come noto, sono tra i principali utilizzatori della rete urbana di Roma. Purtroppo né Roma Bus né Muoversi né Viaggio con Atac né altre app a nostra conoscenza sono in inglese o in altre lingue, e quindi non sono utilizzabili o quasi per i turisti, altri grandi utenti della rete Atac, che meriterebbero maggiore attenzione.

Alternativa tradizionale ai mezzi pubblici sono i taxi e anche qui c’è una app molto pubblicizzata (MyTaxi), che vorrebbe essere forse una risposta ad Uber ma, in presenza dei vincoli e regolamenti del servizio, non fornisce vantaggi decisivi rispetto alla normale prenotazione telefonica. Consente comunque di prenotare un taxi conoscendo in anticipo la sua localizzazione, di seguire (con il GPS del taxi) il suo percorso di arrivo e ricevere una notifica push quando è sotto casa o ufficio. Forse anche più utile la possibilità di pagare con carta di credito o PayPal, spesso non possibile in taxi (a parte Samarcanda).

Poi c’è Uber, ma qui sarebbe necessaria una trattazione a parte.

Si passa quindi all’altra alternativa, il mezzo privato a 4 o 2 ruote che, ormai dal 2013, anche a Roma può essere utilizzato solo quando serve, in “sharing”. Dopo l’apripista Car2Go, che più o meno tutti conoscono, sono arrivati altri operatori, e siamo arrivati a 2 servizi con auto, 2 con moto ed 1 con minicar elettrica.

Quindi: Car2Go con Smart solo a 2 posti (a Milano anche a 4, probabilmente arriverà anche a Roma), Enjoy con Fiat 500 a 4 posti e scooter Piaggio MP3, Zig Zag con scooter Yamaha sempre del tipo con 2 ruote anteriori (soluzione più stabile e preferibile a Roma per utenti non esperti, considerando strade, buche e sampietrini), Share’nGo con minicar elettriche a 2 posti. Il costo è al minuto e non si discosta di molto tra i vari gestori, tra i 24 e i 29 centesimi. A parità di durata del percorso si spende meno che col taxi e di più che col mezzo pubblico, anche se in due e percorso breve la differenza si accorcia. Per un classico percorso romano di 30-40′ il costo è tra i 10 e 12 €.

L’utilizzo è simile e ovviamente si fa tutto con la app di ogni servizio e le credenziali fornite: si individua l’auto o la moto più vicina, la si prenota (o la si prende subito se siamo per strada vicini al mezzo), si entra e si fa partire fornendo i nostri codici di accesso tramite app e si parte. Alla fine del percorso bisognerà parcheggiare secondo le regole, ma le strisce blu sono gratis, grazie ad una convenzione con il Comune. In alcuni casi sono previsti anche parcheggi convenzionati (come Enjoy alla stazione Termini o al Galoppatoio). Gli scooter hanno a disposizione 2 caschi di misura media e un set di “bandane” usa e getta per indossarli.

Dal nostro breve racconto si intuiscono subito i limiti di questa per altri versi eccellente soluzione: tutto va bene se nelle vicinanze c’è un mezzo disponibile e se quando non serve più si trova un parcheggio con ragionevole facilità. La disponibilità dipende dalla appetibilità del luogo in cui siamo (qualcun altro dovrebbe essere arrivato lì), e il parcheggio agevole dalla nostra destinazione. Lo scooter può essere in molti casi l’alternativa vincente, come in parte anche la minicar (che può utilizzare i parcheggi per moto. A salire come difficoltà la Smart e la 500.

Altro limite è la copertura sul territorio, che non copre tutto il territorio fino al GRA. Diversi quartieri periferici con molti uffici non sono coperti. Parcheggiando fuori zona si pagano penali variabili da gestore a gestore, ma sempre salate. Il mezzo comunque avverte che siamo in zona non coperta.

Da alcuni mini-test vicino a casa mia (zona centro), la disponibilità è sempre stata tra buona e discreta, a volte a 300 m o meno, a volte intorno ai 700 m o più, comunque cercando su più gestori (consigliabile registrarsi su più di uno) un mezzo raggiungibile a piedi si trovava sempre. L’iscrizione è gratuita per tutti, tranne che per Share’nGo, che però con 10 € di iscrizione fornisce già 30′. Altre particolarità per questo gestore che ha vetture elettriche (e quindi sarebbe da preferire, se ci muoviamo in due) è la verifica dello stato delle batterie e la riduzione della tariffa nel caso di sosta durante il noleggio (non si consuma la preziosa carica).

La necessità di trovare un parcheggio per “liberarsi” dell’auto (e smettere di pagare) appare comunque nella situazione di Roma la criticità principale, e difatti da quello che vediamo in giro viene risolta con parecchia creatività dagli utilizzatori.

Ultime avvertenze: sono comunque noleggio auto/moto, occorre quindi leggere attentamente le condizioni, per esempio la franchigia in caso di incidente provocato da noi, la responsabilità verso i terzi, l’obbligo di essere noi alla guida ecc.

In sintesi una buona soluzione, che potrebbe diminuire in prospettiva il parco circolante record di Roma, concorrenziale con l’auto propria come costo di gestione se usato assieme al mezzo pubblico nelle situazioni ordinarie. In molti casi può sostituire la seconda o terza auto, oltre ad essere utile per chi sta a Roma per brevi periodi. Per affermarsi ancor di più i mezzi dovrebbero essere più numerosi e soprattutto l’area di copertura maggiore, e i costi più bassi, con sconti a salire. 

Dal Pigneto “Lab-box” raccoglie quasi un milione in crowdfunding

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Ars-Imago è una startup di ragazzi dediti da anni alla fotografia analogica. Lavorano nello spazio di coworking “Famo cose” al Pigneto e unendo passione per la fotografia analogica, gusto vintage e ricerca tra vecchie idee hanno creato ““Lab-Box”: la prima tank multiformato che permette di caricare e sviluppare una pellicola alla luce.”

Non una rivoluzione, ma un perfezionameto di un’idea già vista, ma che grazie alle nuove tecnologie e alla stampa 3-D è stata perfezionata e ora ambisce a una distribuzione internazionale.
Infatti, dopo aver lanciato su Kickstarter il crowfunding, i ragazzi raggiungono in poche ore il doppio della cifra desiderata, in pochi giorni quasi mezzo milione di euro e, visto che manca ancora un po’ alla fine della raccolta, probabilmente sfonderanno quota un milione.

Qui la loro sotria, dal Pigneto agli ordini da Brasile e Filippine.

LAB-BOX, HOW IT WORKS from ars-imago on Vimeo.

Vivere meglio a Roma? Proviamoci con i servizi online

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Vivere a Roma è un po’ complicato e a volte faticoso, come in tutte le metropoli, ma con qualche difficoltà in più che ben conosciamo e sperimentiamo. Quindi è importante conoscere e sfruttare tutto quello che c’è già e ci può semplificare la vita. Tutti abbiamo uno smartphone e, che ne siamo consapevoli o meno, viviamo in un mondo che si sta dematerializzando per tutti i prodotti e i servizi che lo consentono. Ma, a giudicare dallo scarso utilizzo, ancora pochi sfruttano la dematerializzazione per semplificarsi la vita.

Vivere_a_Roma_con_i_servizi_onlineCominciamo dai biglietti dei bus, dei tram e delle metropolitane. Chi è abbonato ha risolto il problema all’origine, ma per tutti gli altri c’è il problema della ricerca dei biglietti, o delle monete per comprarli ai distributori automatici nelle stazioni metro, che però potrebbero essere fuori servizio o accessibili solo dopo una lunga fila (con annessi molestatori che pretendono di aiutare o chiedono una moneta anche loro). Ci sarebbero le rivendite, tabaccherie e giornalai, che però pare non amino questo servizio nonostante la loro buona percentuale, e i biglietti rimangono introvabili.

La soluzione la conosciamo: ben pochi di noi usano ancora biglietti cartacei per treni e meno che mai per viaggi aerei. La novità è che, da ormai molti mesi, l’e-ticket è disponibile anche per i biglietti dell’Atac, grazie ad una convenzione con una società, MyCicero, che offre questo servizio in molte città, ed è già nota a Roma perché è una di quelle che consente di pagare la sosta a pagamento sulle “strisce blu” con lo smartphone,
Il funzionamento è analogo, ci si iscrive, si scarica la app su iPhone o Android, si carica un tot di soldi con la carta di credito (la ricarica sarà poi una operazione molto semplice con un codice di sicurezza), si seleziona Atac tra le biglietterie e si comprano i biglietti dallo smartphone. Quando si sale sul bus o sul tram si avvia l’utilizzo del biglietto e un QR code consentirà all’eventuale controllore di verificare che siamo a posto. In metro si accede dal varco per abbonati e portatori di handicap che ha anche un lettore ottico e si mostra al lettore dallo smartphone il QR Code. Uso da tempo questo sistema e funziona bene, nei rari casi in cui la porta automatica non si è aperta ho chiesto al personale, presente sempre in ogni stazione, e hanno provveduto loro a farmi passare. Tutto il resto è uguale ai biglietti cartacei: prezzo, tempo di validità, una sola corsa metro ecc.

L’unica cosa a cui fare attenzione è, come sempre, che lo smartphone sia carico. La connessione rete è meno critica, in città e nelle stazioni metro c’è praticamente sempre.

Il secondo esempio l’ho già fatto, è la sosta sulle strisce blu. E’ molto più noto e diffuso anche perché consente un risparmio, grazie al tempo di sosta che sarà sempre quello esatto, non quello previsto. Inoltre i gestori sono più d’uno e comprendono anche il diffuso (ma mai abbastanza, viste le code ai caselli) Telepass.

Il terzo esempio è ancora più ampio: i servizi online sul sito del Comune di Roma. Esistono da anni, la novità è che da pochi mesi sono accessibili anche con SPID (il Sistema Pubblico di Identità Digitale, ci torno dopo) mentre in precedenza abilitarsi era un processo più lungo, che passava anche per la spedizione di una lettera a casa, qualcosa di simile al “PIN INPS”. Con SPID ci si identifica, si accede all’area dei servizi online e si possono fare senza muoversi da casa o anche da fuori casa (meglio un tablet però, il sito non è “mobile friendly”) certificati anagrafici, iscrizioni e prenotazioni a servizi forniti dal Comune tra cui il servizio contravvenzioni.

Mi limito come esempio a quest’ultimo, di cui sono mio malgrado un affezionato utilizzatore: molto comodo, si può avere tutto il quadro (anche storico) delle contravvenzioni, lo stato dei pagamenti, degli eventuali ricorsi, e ovviamente si può anche pagare senza muoversi da casa per andare alle Poste o in una tabaccheria abilitata, non rischiando di perdere lo sconto dei primi 5 giorni.

Il risultato è che praticamente tutte le incombenze che un cittadino deve sbrigare al Comune, incluso il cambio di residenza o il permesso auto per le strisce blu, si possono fare senza andare fisicamente in un ufficio del Comune. Non mi sembra poco, come semplificazione della vita materiale.

Basta avere SPID che è gratuito, fornito da cinque gestori privati accreditati ed utilizzabile per un numero crescente di servizi PA (tra cui INPS, INAIL, Ag. Entrate, La Sapienza e altri 3000 e più). Per chi ha già una firma digitale, o la CNS abilitata, è possibile ottenerlo senza muoversi da casa. Per gli altri è necessario il riconoscimento “de visu” come per la carta d’identità, ma si può fare anche da casa con webcam con 3 dei gestori, oppure con Poste Italiane che ha uffici postali ovunque. Sono anche già in molti ad avere SPID, 1.2 milioni, tra cui quasi tutti i docenti che vivono a Roma (serve per la “carta del docente”) oltre ai diciottenni del 2016, che però spero abbiano meno incombenze da sbrigare.

Più tempo per noi e vita più semplice, l’unica cosa che rimane da fare è farlo sapere a qualcuno, oltre ai soliti appassionati tecnologici che lo scoprono da soli. Per non continuare a vedere ancora lunghe file alle biglietterie o agli sportelli di persone che hanno inutilmente in tasca o più spesso in mano il loro smartphone.

 

L’immagine in evidenza è presa da qui

Che succede alla Casa delle Letterature di Roma?

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La Casa delle Letterature è davvero a “rischio decapitazione” (come già accaduto ad altre istituzioni culturali capitoline) come da giorni si legge da molte parti o no?

Sì?

Sì, è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e superficiale verifica: a rischio trasferimento è la sua storica Direttrice, Maria Ida Gaeta che in questi ultimi venti anni l’ha creata, diretta, portata al successo e, soprattutto, mantenuta vitale con i servizi offerti a chi da studente, studioso o semplice appassionato di letteratura cerca un luogo in cui consultare, approfondire e incontrare gli autori. Non si sa bene perché, se accadrà davvero e come e quando, nessuno conferma o smentisce. Quindi, a occhio e croce, è probabile sia vero.

Luca Bergamo, Vicesindaco con delega alla Cultura della Giunta Raggi si limita ad annunciare il “reintegro ufficiale” della Casa delle Letterature nel sistema delle Biblioteche Romane. Bello, bellissimo: perché, dove stava prima, con le farmacie comunali? E che significa esattamente? Articola meglio la sua posizione l’Assessore spiegando che la Casa “diventa oggi un polo di ricerca, sperimentazione e verifica per progetti di promozione della lettura”. Ma perché ci chiediamo ancora, in tutti questi anni cosa ha fatto se non esattamente questo? Luca Bergamo non è un pentastellino qualunque caduto sulla Terra ieri sera, conosce benissimo la realtà culturale romana per capire che la domanda non è retorica. Ci piacerebbe sentire sue parole, chiare e definitive però, sul tema.

No?

No, non è a rischio decapitazione, si direbbe a una prima e altrettanto superficiale verifica: le iniziative di presentazione di libri e autori sono normalmente in corso nella sede di Piazza dell’Orologio (l’ultima presentazione, quella di Gabriel Faye qualche giorno fa), il sito non è più on line da qualche giorno (ma questo è normale in ogni amministrazione comunale che si rispetti), la Casa è aperta tutti i giorni, come sempre non si sa ancora nulla della prossima edizione della rassegna di autori a Massenzio. Ma anche questo è normale: siamo stati abituati, soprattutto negli ultimi anni, a dover attendere quasi fino all’ultimo istante per sapere se la manifestazione sarebbe stata riproposta ovvero se sarebbero arrivati in tempo sponsor, fondi e autorizzazioni.

E quindi?

E, quindi, niente. Come spesso accade a Roma (non solo negli ultimi mesi, va detto, ma più o meno da sempre) non ci si capisce nulla e, quindi, in assenza di notizie certe, la discussione monta e si valuta il rischio.

Il rischio

Festival_delle_letterature_Roma_Basilica_MassenzioA Roma negli ultimi anni – da Alemanno in avanti e con responsabilità da ripartire in maniera differente tra le precedenti Giunte e quella attuale – i luoghi, gli spazi e le occasioni  sia pubblici sia privati per la cultura stanno diminuendo proprio mentre, paradossalmente e in linea con quanto accade in tutta Italia, continua a crescere la domanda di cultura. 

Il rischio di una “normalizzazione” anche della Casa delle Letterature – che, tradotto, significa spoil system, no budget, no sollecitazione all’afflusso di sponsor e trasformazione in una biblioteca comunale “normale” (Gesù, anche per le Biblioteche conta il principio “una vale una?) – è che potremmo presto scordarci o archiviare nella memoria dei ricordi delle belle cose che non tornano più quelle serate di maggio e giugno, in fila per una mezzoretta lungo la rampa di Massenzio o talvolta lungo la scalinata del Campidoglio per riuscire (qualche volta anche no in occasione dell’arrivo di qualche superstar della letteratura mondiale che registrava sold out memorabili) a sedersi GRATUITAMENTE (laddove il maiuscolo è una citazione stilistica, peraltro cara a chi amministra temporaneamente questa città, per ricordare una caratteristica peculiare non secondaria e l’aspetto popolare e democratico di questo tipo di iniziativa).

Nomi: Rushdie, Paul Auster, Camilleri, Yehoshua e tanti autori amati e letti da chiunque. E, accanto alle grandi star, anche altre centinaia di autori di tutti gli angoli del mondo che probabilmente non avremmo conosciuto e letto senza il Festival delle Letterature. In una politica di vicinanza con tutte le case editrici, non solo le più note ma anche quelle che, spesso a fatica stampano titoli e autori meno noti con l’ambizione di ampliare l’offerta e per le quali, un traino di visibilità come una serata a Massenzio può davvero fare la differenza tra sopravvivere, vivere o morire.

Serate nel corso delle quali da oltre quindici anni decine di migliaia di romani (non tutti i romani, quindi, ma sicuramente moltissimi romani) hanno testimoniato e messo in scena la voglia collettiva di questa città di incontrarsi e auto-rappresentarsi anche come una comunità di lettori appassionati, esigenti, curiosi (e non solo di pendolari, utenti di pubblici servizi, consumatori, lavoratori, tifosi). Non è cosa da poco: in Italia si legge sempre meno e ce ne rendiamo conto tutte le volte che ci accorgiamo e ci lamentiamo di come si stia trasformando, in peggio ovviamente, la scrittura che, poi, altro non è che la forma attraverso la quale si esprime la vitalità di una comunità: una comunità che legge poco si esprime con una lingua sempre più povera.

Ecco, se anche solo questo fosse il rischio, perdere Massenzio e la Casa delle Letterature così come li abbiamo conosciuti in questi anni, di certo non vale la pena di correrlo. Le politiche culturali pubbliche all’interno di una città hanno un valore se non sono una vetrina di autocelebrazione di una élite che dialoga solo con se stessa ma il modo per offrire ai cittadini e ai tanti visitatori che arrivano tutti i giorni da ogni parte del mondo  stimoli, occasioni di confronto, esperienze collettive di crescita. A tutti e con le medesime opportunità.

L’anti-welfare a 5 Stelle, nulla è casuale

Manifestazioni contro i tagli al welfare delle amministrazioni 5 stelle

di Laura Coccia

Quando il Movimento 5 stelle si è opposto alla legge sul “Dopo di noi”forse  qualcuno si sarà stupito, forse qualcuno avrà pensato che fosse il frutto di un errore, un fraintendimento, una decisione estemporanea. In politica, però, nulla è casuale, men che mai, estemporaneo.

Il quadro si fa più chiaro se diamo un’occhiata alle amministrazioni comunali guidate dal Movimento 5 Stelle : il sociale è sempre il capitolo di bilancio da tagliare per fare cassa, nascondendosi dietro i problemi di contabilità, dietro le passate gestioni e cercando di spostare l’attenzione su non meglio definiti “altri”.

I primi in ordine di tempo a pagare il prezzo del welfare a 5 stelle sono stati i bambini disabili di Bagheria e le loro famiglie che nel settembre 2014 si sono visti azzerare l’assistenza (dai trasporti all’assistenza igienico personale) , il Comune diffuse, in seguito, un comunicato che lasciava intendere che alcune famiglie avessero richiesto e ottenuto il servizio senza averne i requisiti. Solamente a marzo 2015 e dopo varie sentenze del Tar i bambini iniziarono ad avere assistenza e trasporti.

A Civitavecchia l’amministrazione 5stelle, a metà stagione sportiva, ha cancellato il contributo per dare la possibilità ai ragazzi con disabilità intellettivo-relazionale di avere corsi gratuiti di nuoto che sviluppavano le loro abilità e favoriscono la socializzazione. Grazie all’associazione E-sport-abile sono stati messi in moltissime attività commerciali dei grandi salvadanai per raccogliere contributi dai cittadini e consentire ai ragazzi di continuare i corsi. In poco tempo sono stati raccolti circa 15.000€. I cittadini hanno, quindi, smentito l’amministrazione: per loro quel corso era una priorità, per l’amministrazione un orpello cancellabile.

Infine Roma, la Capitale dove Virginia Raggi si è presentata con lo slogan “nessuno deve rimanere indietro”. Bello, bello, bellissimo, suona proprio bene! A settembre e ottobre 2016, però, i bambini disabili della Capitale sono rimasti senza assistenza e in III Municipio nella scuola Montessori si dà vita alla protesta collettiva di tutti i genitori  “se esce uno, usciamo tutti”.

Nei giorni successivi la Sindaca Raggi annuncia trionfale di aver risolto il problema stanziando 9 milioni di € (concetto ribadito in TV anche da Luigi Di Maio) tralasciando il dettaglio che quei soldi fossero su tutto il sociale, mentre per l’assistenza scolastica dei bambini disabili i fondi fossero poco più di 3.

Mentre i bambini disabili e i loro genitori lottavano per i loro diritti, gli oltre 100 ragazzi con disabilitá intellettivo-relazionale del Progetto Filippide, una delle eccellenze italiane, hanno dovuto manifestare in Piazza del Campidoglio per vedersi ricononosciuto il piccolo contributo comunale per svolgere l’attività sportiva con operatori qualificati e il trasporto da casa ai campi sportivi.

Il 2017 di Roma si apre con un nuovo taglio alle ore di assistenza in XIV Municipio. Mentre la Sindaca festeggiava trionfalmente l’approvazione del bilancio, il suo partito presentava un ordine del giorno in cui si afferma che per l’assistenza scolastica dei disabili in quel territorio si spende troppo. Quindi? Quindi si taglia l’assistenza. Il prezzo lo pagano gli studenti, le famiglie e i lavoratori.

Nulla è casuale, il quadro diventa giorno dopo giorno, sempre più chiaro. I Cinquestelle arringano le folle riempiendosi la bocca di slogan come “reddito di cittadinanza”, mentre all’atto preatico, stanno praticando un inspiegabile quanto doloroso “anti-welfare.

L’immagine dell’articolo è presa da qui

La MappaRoma della settimana: Offerta pubblica e privata dei servizi nei quartieri

di Federico Tomassi

Mapparoma è un progetto di ricerca che esattamente da un anno propone dati e mappe sui quartieri romani, per fornire chiavi di lettura su come cambia la città e i romani che la vivono, a politici, amministratori, giornalisti, ricercatori, associazioni e cittadini. Finora sono state pubblicate 15 mappe, dedicate all’urbanistica, alla demografia, al sociale, all’economia, ai servizi e alle elezioni, dove l’unità di analisi sono le 155 zone urbanistiche in cui sono suddivisi i municipi, quindi con il massimo dettaglio territoriale possibile. Tutti i dati e le mappe sono in formato aperto (open data) e liberamente riutilizzabili. I curatori del progetto sono Keti Lelo e Salvatore Monni dell’Università di Roma Tre e Federico Tomassi dell’Agenzia per la Coesione Territoriale.

Su Spazio x Roma pubblicheremo  periodicamente alcune di queste mappe. La prima, questa volta, illustra la distribuzione nei quartieri di alcune tipologie di servizi o di opportunità di incontro  che rappresentano la risposta ai fabbisogni espressi dai cittadini, sia in ambito pubblico e collettivo che in ambito privato.

Mappa_Roma_Servizi_Pubblici_privati

Clicca l’immagine per ingrandire la mappa.

Gli asili nido (numero di strutture pubbliche o private per mille bambini tra 0 e 2 anni, mappa in alto a sinistra) sono distribuiti in maniera apparentemente disomogenea sul territorio comunale. I quartieri più serviti sono tuttavia quelli semicentrali e al ridosso del GRA, che negli ultimi anni hanno visto incrementare il numero di famiglie “giovani”. I valori particolarmente elevati dell’indicatore in alcune zone poco abitate sono riconducibili alla presenza al loro interno di grandi parchi urbani che, tradizionalmente, ospitano un maggior numero di strutture scolastiche e di servizio per l’infanzia.

L’incidenza dell’offerta culturale (numero di cinema, teatri e biblioteche per mille abitanti, mappa in alto a destra) segue invece l’andamento monocentrico delle densità di edificazione e popolazione, con poche eccezioni che riguardano alcune aree periferiche, soprattutto nel quadrante ovest e in quello est, intorno all’Università di Tor Vergata.

Anche i negozi (numero di esercizi commerciali, bar, ristoranti e artigiani per mille abitanti, mappa in basso a sinistra) sono maggiormente diffusi nei quartieri centrali e semicentrali (in particolare il I e II Municipio), con le eccezioni dei poli di attrazione come l’Eur e delle nuove zone commerciali nel versante est.

Infine, la disponibilità di piazze (numero di piazze per mille ettari, mappa in basso a destra) approssima le opportunità di incontro e scambio, anche casuali, tra cittadini, e quindi la presenza di luoghi di socializzazione, e rappresenta un potenziale motore per la creazione di capitale sociale. Analogamente alla densità di edificazione, il numero di piazze diminuisce con l’aumento della distanza dal centro, per azzerarsi nei quartieri periferici fuori dal GRA, eccezion fatta per i settori periferici più urbanizzati a est, tra le via Tiburtina e l’Appia Nuova, e a sud, lungo le direttrici per il mare fino ad Ostia. 

Emerge come il centro e la periferia storica, proprio perché densi e intensivi, sono quartieri con forti relazioni interpersonali e numerose opportunità di partecipazione collettiva. Al contrario i residenti nelle periferie più lontane – sia quelle abitate dai ceti medio-alti che quelle più popolari – sono lontani dai grandi e piccoli attrattori culturali e poco forniti sia di servizi di base che di spazi pubblici e collettivi. Qui sono minori e più deboli le relazioni interpersonali e i legami sociali perché si hanno poche occasioni di contatto, e appaiono limitate le opportunità di incontro tra persone e il “consumo” di beni relazionali. Non è un caso che le dinamiche elettorali siano molto divergenti in aree così differenti.

Continua a leggere su http://mapparoma.blogspot.com/2016/05/mapparoma9-offerta-pubblica-e-privata.html

I 43 “successi” Di Virginia Raggi e del M5s per Roma smontati punto per punto

I Grillini si vantano dell’ordinaria amministrazione nella Capitale. Nextquotidiano nel seguente articolo ha raccolto un  fact checking fatto da Repubblica, il Messaggero e un consigliere dell’opposizione che evidenzia una realtà decisamente diversa rispetto a quella raccontata dal M5s.