Il bene culturale è per definizione un bene della collettività

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Una riflessione sul bene culturale partendo dal destino dell’area di Tor di Valle.

A cura di Massimo Cardone per Embrice 2030 ApS

Premessa

Venerdì 24 è stata inaugurata presso la Galleria Embrice 2030 a Garbatella una mostra – che sta riscuotendo un inaspettato successo – sull’architetto spagnolo Julio Garcia Lafuente.

L’architetto Lafuente è salito recentemente alla ribalta della cronaca per essere il progettista delle Tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle a Roma, l’opera architettonica per la quale la  Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Comune di Roma ha avviato la procedura di Dichiarazione di interesse culturale, mettendo in crisi l’intero progetto del nuovo Stadio della Roma che ne prevedeva invece la demolizione.

La mostra, a cura dell’arch. Eleonora Carrano, ha la finalità di portare all’attenzione pubblica un’opera architettonica straordinaria come quella delle Tribune di Tor di Valle – realizzata nel 1959 per le Olimpiadi di Roma del 1960 – ma anche di lanciare un documento/appello per il riutilizzo alternativo di questa struttura sportiva, il cui costo di recupero è tra l’altro senza dubbio inferiore a quello di un’ipotetica demolizione.

Restaurare le tribune di Tor di Valle per il nuovo Stadio Cittadino dello Sport Sociale

Il nuovo Stadio della Roma è un opera importantissima per la nostra città, la costruzione di una struttura sportiva rappresenta sempre una risorsa per la sua comunità, per il forte valore educativo che porta con se; ma proprio per questo pensiamo che non sia corretto discutere della valorizzazione dell’area di Tor di Valle solo in termini edilizi, ma che si debba cogliere l’occasione per tramutarla in un rilancio della cultura sportiva della nostra città.

Noi riteniamo che sia necessario e possibile conciliare interessi privati e collettivi, che sia doveroso pianificare la città pubblica anche quando sono i privati a costruirla. La salvaguardia della pensilina dell’Ippodromo di Tor di Valle a Roma, opera magistrale dello Studio Lafuente Rebecchini, da questo punto di vista, rappresenta una grandissima opportunità.

D’altronde il bene culturale è per definizione un bene della collettività; la Costituzione Italiana assegna alle Istituzioni Statali il compito di tutelarlo per poterlo tramandare alle generazioni successive come testimonianza della cultura del nostro paese. Oggi a noi spetta il compito di restituire questa opera architettonica alla collettività, evitando accuratamente ogni ipotesi di musealizzazione e di monumentalizzazione, all’interno di un progetto di città che riconosca nello sport i valori dell’aggregazione e dell’integrazione sociale, della crescita umana e della sfida personale.

Per tutti questi motivi chiediamo al Comune di Roma, nella fase negoziale attuale, di imporre alla parte proponente (Eurnova / Pallotta) di farsi carico del restauro filologico, secondo il progetto originale, delle tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle, al fine di restituirla, in quota oneri, alla collettività e all’uso pubblico; la pensilina potrà essere a servizio di un campo da dedicare a Stadio Cittadino dello Sport Sociale, da affidare alle associazioni romane che oggi lavorano nel campo dell’integrazione sociale attraverso lo sport. Non solo calcio ma anche rugby e atletica leggera.

Costruiamo lo Stadio della Roma, con le torri, senza torri, ma regaliamo anche a Roma e ai suoi cittadini uno spazio pubblico per lo sport e l’inclusione sociale, lo Stadio Cittadino dello Sport Sociale.

 

Berdini nega, ma l’audio lo smentisce

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“Sullo stadio l’hanno presa sui denti” è la frase che Berdini ha pronunciato e poi tentato di nascondere. Durante un intervento in un convegno pubblico nel Municipio VIII (si presentava un Progetto di legge M5S per il recupero degli immobili abbandonati) la frase non è proprio consona a un rappresentante delle istituzioni.
In un Progetto come quello dello Stadio della Roma ci si aspetterebbe dall’Assessore all’urbanistica della Capitale, un atteggiamento super partes e interessato solo alla difesa degli interessi dei cittadini romani. Berdini invece prende calorosamente posizione e quasi si beffa di chi ha presentato un progetto. Si tratta dello Stadio della Roma, ci si aspetta anche del tifo di tipo calcistico. Ma, rimanendo in metafora, non dall’arbitro.

Qui l’audio del Messaggero che riporta la frase di Berdini, pubblicato a seguito del suo tentativo di smentita.

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L’immagine in evidenza è presa da qui

Uno stadio, una città

di Laura Coccia

Sapo-opere-570er cogliere le occasioni, saper immaginare un’idea di città oltre le contingenze, coniugare la tutela della collettività con la prospettiva di crescita e sviluppo, queste dovrebbero essere le aspirazioni di chi governa una città. Ancor più se questa città è Roma, una Capitale internazionale, ancora troppo mortificata.

Lo stadio della Roma, anzi, il Progetto dello Stadio della Roma, è una di queste occasioni, da non derubricare in maniera ideologica e opportunistica solamente a una crociata pro o contro le “cubature”. Nel progetto Stadio della Roma c’è l’idea di sviluppo di un intero quadrante, c’è l’impostazione di un nuovo rapporto tra pubblico e privato, in cui il privato che vuole investire nella Capitale deve trovare un partner istituzionale forte e determinato, come non appare oggi.

Il potenziamento dei trasporti pubblici nella zona, il potenziamento della Roma Lido e, oltre agli interventi di urbanizzazione e arredo pubblico, sono occasioni per la promozione e il rilancio di un intero quadrante, sono gli aspetti di una riqualificazione che difficilmente il soggetto pubblico potrebbe avviare oggi e con i tempi immaginati.

Davvero una manna dal cielo per una Giunta che si sta dimostrando incapace di scrivere un Bilancio e di gestire tagli e risparmi che andranno a colpire senza distinzioni categorie deboli e già in difficoltà.

Condurre una battaglia ideologica che, magari, permetta di costruire lo stadio, decurtando le opere pubbliche a carico del privato sarebbe una vera sconfitta per la città e per le sue aspirazioni.

Prima di tutto la Delibera della precedente Giunta, che riconosce l’interesse pubblico dell’opera e approva il progetto non può essere sconfessata. Questo comporterebbe il dover ricominciare da capo tutto il percorso e, oltre a lungaggini burocratiche che ancora una volta peserebbero sull’opera, c’è il concreto rischio di dover pagare penali all’AS Roma.

Inoltre, l’Assessore Berdini (seppure già più volte sconfessato da Giunta e maggioranza),  vorrebbe costruire un’opera attrattiva come lo stadio e gli spazi commerciali adiacenti, più o meno ridotti senza le opere pubbliche di decongestione della circolazione previste nell’accordo. Questo comporterebbe una pressione su quel quadrante tale da restituire un caos tutto a carico del Comune che dovrebbe riuscire a gestirlo, con ulteriori spese e complicazioni di diversa natura. Non voglio usare l’espressione cattedrale nel deserto, perché non restituirebbe la sensazione di congestione e traffico visto che in quella cattedrale tutti vorranno arrivare e rimanere.

Infine, come è naturale che sia, la conclusione della diatriba sullo stadio della Roma avrà un riflesso nazionale e internazionale.  Lancerà, soprattutto, un segnale a imprenditori e aziende, chiarendo se Roma (e l’Italia. Immaginate un governo cinque stelle…) siano in grado di sostenere progetti di sviluppo e crescita, tutelando sostenibilità, territori e cittadini, in maniera seria e leale. O se si rischi di investire in un Paese in cui le regole possono cambiare da un momento all’altro. In cui l’interlocutore in nome di una crociata di facciata possa rimangiarsi i termini di un accordo o in cui sia la burocrazia a bloccare tutto.

Ecco perché oggi, il Progetto dello Stadio della Roma e la sua gestione raccontano di più della costruzione di una grande opera architettonica. Ed ecco perché le titubanze e la mancata trasparenza delle risposte di Raggi, Frongia e Berdini preoccupano i romanisti, i romani e tutti gli italiani.