Esiste un populismo di sinistra?

Esiste un populismo di sinistra? E’ la domanda provocazione del Prof. Alessandro Mulieri, docente di Sciences Politiques a Parigi e a Leuven.

I filosofi, si sa, sono sempre pronti a sfidare i luoghi comuni e a riaprire questioni che le parole comuni della politica ci impongono di considerare chiuse.

Il concetto di populismo è forse l’esempio più tipico di questa tendenza anti-politica della filosofia.

In generale, la parola ha una storia complessa che scoraggia tentativi di definizioni eccessivamente ristretti. Iniziamo, tuttavia,con il definire il populismo nel modo più essenziale possibile da due punti di vista diversi, quello “apologetico” di chi se ne proclama orgogliosorappresentante e quello “denigratorio” di chi utilizza la parola come arma di discredito politico.

Per i Le Pen, i Trump e i Wilders, il populismo è il ritorno a un’idea miticamente originaria di popolo contro le elites,colpevoli di aver strumentalmente sfruttato e poi tradito la volontà popolare.

Per i secondi, il populismo è uncontenitore politico e un cavallo di troia per politiche xenofobe, anti-immigrazione, ottusamente securitarie e sovraniste.

Questi due utilizzi del termine ci propongonoun’idea molto parziale, e in parte deformata, del concetto di populismo. Negli Stati Uniti della fine dell‘Ottocento, il populismo fu un momento di protesta anti-capitalisticoche opponeva contadini e classi meno abbienti americani allo strapotere dei ceti possidenti. Simile all’esempio americano, i populisti russi della seconda metà dell’Ottocento tentavano di emancipare le masse contadine russe dal giogo della povertà e dell’autocrazia,cui erano sottoposte nelle sterminate campagne dell’impero zarista. Difficile caratterizzare questi due esempi di populismo come movimenti di destra.
Bisogna ricordare che, in un certo senso, il populismo è intrinseco all’idea stessa di democrazia. Qualsiasi definizione di populismo dipende, infatti, dal significato che diamo al fondamento stesso della legittimità del potere democratico: l’idea di “popolo”.

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I primi giorni di The Donald tra sostanza e forma

Prima firma di Donald Trump

di Lucia Urciuoli

In poco più di una settimana dal suo insediamento Donald Trump ha già smentito chi sperava che tra toni e modi usati dal magnate sino ad ora ed in campagna elettorale e il suo “stile presidenziale” ci sarebbe stato un avvicinamento ad un modello più sobrio ed istituzionale.

Non è accaduto. E di sicuro non accadrà nel prossimo futuro a meno che Trump non riceva rapidamente e chiaramente, all’interno degli Usa e nel mondo, risposte e reazioni convincenti.

Il danno, la beffa e il caos : la sostanza

Quanto alla sostanza Trump è salito sul trattore e ha ingranato la marcia in avanti su quasi tutte le questioni al centro della sua campagna con l’obiettivo di” spianare” immediatamente i suoi oppositori più che convincere e ottenere consenso. In materia di relazioni internazionali ha esplicitato il progetto di dividere il confine tra USA e Messico con un muro (il danno) da costruirsi a spese dei messicani (la beffa) anche se non si capisce davvero bene come (il caos).
Poi ha ricevuto come primo capo di Governo straniero l’inglese Theresa May (la beffa, alla UE) per esprimere il suo appoggio ad una “Hard Brexit” che faccia a pezzi quel poco che rimane dell’Unione Europea (il danno) e sancisca il ritorno ad un mondo nel quale gli Usa possano ambire a regolare in maniera unilaterale i temi globali :terrorismo, immigrazione, cambiamenti climatici, commercio (il caos).
Infine ha sospeso il programma per i rifugiati e vietato l’ingresso a tutti i siriani fino a nuovo ordine e per 90 giorni ai cittadini di Iran, Iraq, Yemen, Somalia, Sudan e Libia (il danno) generando il panico negli aeroporti di tutto il mondo e licenziando in tronco Sally Yates, la Procuratrice generale che si è rifiutata di difenderlo (la beffa) con un ordine esecutivo peraltro talmente mal scritto e pieno di lacune applicative da aver scatenato, oltre alle proteste, anche le impugnazioni da parte di giudici federali ed alcuni stati (il caos).

Una parentesi: dei 19 dirottatori delle Torri Gemelle 15 provenivano dall’Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall’Egitto e uno dal Libano.  Nessuno di questi Paesi è nella lista dei 7.  Cosa c’entra tutto questo con il terrorismo?

Sul fronte interno, per saldare subito il suo debito con la destra  fondamentalista cattolica ed apponendo all’ennesimo Executive Order presidenziale una delle sue oramai note e inquietanti firme (guardate la foto e contattate pure un grafologo di vostra conoscenza) The Donald ha escluso dal supporto nazionale le ONG che nel mondo realizzano programmi di informazione sull’aborto (qui, danno, beffa e caos si fondono).

Con un altro Executive Order (si legga l’articolo dell’Agi che elenca tutti quelli sino ad oggi adottati) Trump ha sollecitato il segretario alla Salute e i dipartimenti governativi a “rinunciare, rinviare, concedere deroghe o ritardare l’attuazione” (il caos e la beffa)  di tutte quelle nome che su questa materia impongono oneri fiscali sugli stati, le società o gli individui” primo colpo al nemico giurato di sempre, l’Obama-care (il danno) che ha introdotto negli Usa elementi universalistici di sostegno nazionale in tema di salute e welfare.

Con altri Ordini, infine, ha ridato il via libera alla realizzazione di un oleodotto in pieno territorio Sioux (il danno) e alleggerito il sistema di controlli preliminari per la loro realizzazione (il caos). Il messaggio è chiaro: macchina indietro su tutta la politica, nazionale ed internazionale, di Obama in materia di territorio, energie alternative e clima, mano tesa a costruttori e petrolieri, altro pilastro del sistema di potere e consenso di Trump (la beffa) .

Tweet e ordini esecutivi: la (non) forma

Dimenticatevi la complessità e bellezza del sistema ordinamentale e delle regole di funzionamento del potere negli Stati Uniti, i pesi, i contrappesi, il confronto aspro ma corretto tra poteri, Trump parla  con i tweet (come un Dibba qualsiasi) e governa con gli Ordini Esecutivi.

E quindi fissa e annulla vertici internazionali (quello con il Presidente del Messico Pena Nieto) con un tweet, replica alle critiche suscitate dal suo blocco dell’immigrazione con un tweet, risponde ai leader dell’opposizione sempre con un tweet. Tutto con un tweet: non c’è questione piccola o grande, di calibro mondiale o di inusitata leggerezza che per Trump meriti più di 140 caratteri e dei pochi secondi che bastano a comporli.

Con un Ordine Esecutivo (che ha forza di legge se la sua promulgazione specifica trae origine da una legge federale), il Presidente si rivolge ad uno o più funzionari o agenzie specifiche indicando il modo in cui compiere un certo incarico o gestire una specifica situazione. Nati per gestire le emergenze ed al centro di un ampio dibattito sul loro uso ed abuso, sembrano essere diventati in pochi giorni l’unico modo con il quale Trump, ignorando l’esistenza del Congresso, detta le regole e modella il nuovo modello istituzionale del suo “Impero”.

Insomma tutta la complessità dentro alle quali da secoli ha preso forma il potere degli Stati Uniti sciolta e dissolta nella “leggerezza”, brutalità, grossolaneria e provocatoria irritualità che è da sempre il marchio di Trump.

Le reazioni

Interlocutori nazionali ed internazionali si arrenderanno a questo cambio di passo ed al desiderio di Trump di giocare con nuove regole? Le critiche, le proteste spontanee  che in questo momento attraversano gli Usa sembrano far pensare di no per quanto riguarda il fronte interno, la “giovane” democrazia USA non sembra intenzionata a barattare secoli di civiltà giuridica in cambio delle promesse dell’”uomo forte”. Chi sembra balbettare, invece, è il resto del mondo, in particolare l’Europa che stenta sempre più a trovare una voce comune. L’apparizione della leadership così forte di Trump (pur nella sua follia) fa infatti apparire ancora più vistosamente l’assenza di una leadership comune europea altrettanto forte e quella che Trump le sta scampanellando sul viso sembra davvero essere l’ultima campanella: ora o mai più.

I primi 18 ordini di Trump

Trump_presidente_gennaio_2017

Trump_presidente_gennaio_2017L’Agi racconta come il Presidente Trump già nei primi giorni di presidenza stia agendo a colpi di ordini esecutivi.

Con un Ordine Esecutivo (che ha forza di legge se la sua promulgazione specifica trae origine da una legge federale), il Presidente si rivolge ad uno o più funzionari o agenzie specifiche indicando il modo in cui compiere un certo incarico o gestire una specifica situazione.

Nati per gestire le emergenze ed al centro di un ampio dibattito sul loro uso ed abuso, sembrano essere diventati in pochi giorni l’unico modo con il quale Trump, ignorando l’esistenza del Congresso, detta le regole e modella il nuovo modello istituzionale del suo “Impero”.